Riccardo Campa Transumanesimo

Magnifica Humanitas e Transumanesimo

Intervista al Presidente onorario dei Transumanisti Italiani, Riccardo Campa

Riccardo Campa è professore ordinario di sociologia presso l’Università Jagellonica di Cracovia, direttore del Centro di Ricerche sulla Storia delle Idee, e docente di Futures Analysis presso la Scuola di dottorato “Society of the Future”. Ha fondato nel 2004 l’Associazione Italiana Transumanisti di cui rimane Presidente onorario ed è membro del consiglio scientifico dell’Italian Institute for the Future. È curatore della serie “Divenire. Rassegna di studi interdisciplinari sulla tecnica e il postumano”. Nel biennio 2006-2008 ha anche ricoperto la carica di direttore della World Transhumanist Association.

Contattato da Trascendente Digitale, si è reso molto gentilmente disponibile alla seguente intervista.


1. Da alcuni decenni la Chiesa ha potenziato le relazioni con le altre religioni, proponendo occasioni di incontro e di preghiera comune, privilegiando ciò che unisce piuttosto che ciò che divide. Lo stesso atteggiamento è posto ovviamente anche nel rapporto con altri sistemi di riferimento o altre filosofie, considerando perdipiù che le differenze, in quest’ultimo caso, non riguardano motivi teologici, ma antropologici e morali. Nell’enciclica il papa esprime un grande riconoscimento al transumanesimo e al postumanesimo, dando l’onore di essere menzionate esplicitamente, come raramente accade per le altre filosofie. Al punto 117, il papa usa l’espressione: “‘salvezza’ puramente tecnica”, ponendo tra virgolette il termine “salvezza”, come una delle promesse fondamentali di queste correnti di pensiero. Le chiedo se in ambito transumanista o postumanista si usa il concetto di “salvezza” per descrivere la propria identità e finalità? E, più personalmente, se lei fa ricorso a questa categoria o a qualcosa di simile.

R. C.: Il termine “salvezza” non appartiene al lessico fondamentale del transumanesimo. I transumanisti parlano molto più frequentemente di miglioramento umano, estensione della vita, superamento delle malattie, ampliamento delle capacità cognitive, aumento della libertà individuale e riduzione della sofferenza evitabile. La parola “salvezza” appartiene a una tradizione teologica precisa e implica una relazione con il trascendente che non è necessariamente condivisa da tutti i transumanisti. Dal punto di vista sociologico, si può certamente osservare che alcune narrazioni transumaniste – in particolare quelle che pongono al centro del discorso la Singolarità tecnologica – svolgono una funzione simbolica che ricorda quella svolta dalle promesse di salvezza nelle religioni. Alcuni autori hanno persino interpretato il transumanesimo come una forma di escatologia secolare. Si tratta di una lettura possibile, ma che non esaurisce il fenomeno. Nell’enciclica Magnifica humanitas, Leone XIV ha correttamente sottolineato che «il transumanesimo e il postumanesimo comprendono al loro interno una pluralità di correnti e sensibilità», aggiungendo che «possono essere paragonati a un arcipelago di isole concettuali differenti, collegate però dal medesimo mare di presupposti». Ebbene, il singolaritarismo non è il mare che circonda le isole, al più è una delle isole.

Personalmente, io non utilizzo il termine “salvezza” per descrivere il progetto transumanista, perché non credo che le tecnologie possano liberarci da tutti i mali. Anzi, alcuni mali sono generati proprio dalle tecnologie. Si pensi solo alle armi di distruzione di massa o agli effetti collaterali indesiderati di certi farmaci. Sono certamente un tecnofilo, lo sviluppo tecnologico mi affascina, ma – come ho spiegato nel mio libro Tecnoetica – non per questo sono favorevole a tutte le tecnologie o a tutti gli usi possibili di una tecnologia. Certamente, utilizzando l’accezione del linguaggio ordinario, potrei parlare di “salvezza” da una morte prematura, da un invecchiamento precoce o da una malattia degenerativa. Comprendo bene, quindi, perché il Papa utilizzi quel termine tra virgolette.

2. Nello stesso punto, il papa mette a fuoco il principio antropologico del transumanesimo che tratta l’essere umano come “materiale da perfezionare o da oltrepassare”. Penso che questa rappresentazione la soddisfi. Tuttavia, il papa aggiunge che, con questa prospettiva, “è più facile accettare che alcuni vengano considerati meno utili, meno desiderabili, meno degni”. Le chiedo se ritiene che sia implicito o comunque faccia parte del transumanesimo, in maniera determinante, o anche solo marginale, il concetto di “essere umano meno utile e degno”.

R. C.: Devo confessare che questa è la formulazione dell’enciclica che mi convince meno. Se interpretata letteralmente, rischia di offrire un’immagine distorta del transumanesimo. Per cominciare, i transumanisti non considerano l’essere umano come semplice «materiale da perfezionare o da oltrepassare». L’essere umano è una persona, un soggetto cosciente, un essere senziente, portatore di dignità, interessi, aspirazioni, diritti e doveri. Fino a prova contraria, anche i transumanisti sono esseri umani. Non sono macchine, non sono alieni e non percepiscono se stessi come materiale da manipolare. L’obiettivo del transumanista non è trasformarsi in un oggetto, ma ampliare la propria capacità d’azione in quanto soggetto, ovvero poter scegliere – per quanto possibile – la propria forma di vita e ridurre le limitazioni imposte dalla malattia, dall’invecchiamento e dalla sofferenza involontaria. Ciò significa espandere la dimensione personale, non ridurla. Inoltre, questo potenziamento non deve necessariamente essere ottenuto a scapito di altri soggetti umani.

Per essere più chiari, credo che si faccia una certa confusione fra il transumanesimo del XXI secolo e l’eugenetica autoritaria dei secoli XIX e XX. Non si tratta di selezionare gli esseri umani, ma di offrire loro maggiori opportunità. Sia chiaro che comprendo benissimo la preoccupazione del Papa. Ogni tecnologia potente può essere utilizzata in modo discriminatorio. Se il potenziamento umano diventasse privilegio esclusivo di élite economiche o politiche, potrebbero emergere nuove forme di disuguaglianza. Questo è un problema reale che merita attenzione. In altre parole, sono d’accordo con l’enciclica quando mette in guardia contro una società che valuta gli esseri umani esclusivamente in termini di efficienza, produttività o utilità economica. È un pericolo reale, soprattutto in un’epoca in cui algoritmi e sistemi di intelligenza artificiale assumono un ruolo crescente nei processi decisionali. In ogni caso, non è il transumanesimo che introduce il problema della disuguaglianza e della competizione, o la distinzione tra degni e non degni. Direi il contrario. Le tecnologie transumaniste offrono, infatti, rimedi ad alcune delle disuguaglianze già presenti in natura. Pensiamo alle malattie congenite. Pensiamo alle disabilità. Pensiamo alle differenze fisiche e cognitive con cui gli individui vengono al mondo. Queste differenze non sono state create dalla tecnologia. Esistono già nella condizione naturale. Una parte importante del progetto transumanista consiste nel chiedersi se la scienza e la tecnologia possano ridurre alcune di queste disparità anziché amplificarle.  Fare tutto il possibile affinché un bimbo non nasca con disabilità, perché si accetta il principio che esistono condizioni di vita preferibili ad altre, non significa poi discriminare quel bambino se, per qualsiasi ragione, nasce con disabilità. Su questo, credo sia d’accordo anche il Papa. In Mutare o perire ho sintetizzato questa idea con una formula volutamente provocatoria: la natura può essere madre o matrigna, la tecnologia può essere figlia o figliastra. La natura genera la vita, la bellezza, la coscienza, i prati in fiore, le montagne, il mare e la piacevole brezza del mattino. Epperò, genera anche malattia, sofferenza, predazione e morte. Analogamente, la tecnologia può alleviare sofferenze, ampliare le libertà umane, migliorare la qualità della vita e ridurre le diseguaglianze, ma può anche produrre nuove forme di dominio, controllo e distruzione.

Credo inoltre che il quadro resterebbe incompleto se non riconoscessimo anche l’ambivalenza dell’umanità stessa. Il titolo dell’enciclica, Magnifica humanitas, richiama giustamente la grandezza dell’essere umano, creato a immagine del Dio trinitario. E sarebbe difficile negarla. L’umanità ha prodotto filosofia, arte, musica, letteratura, scienza, ospedali, università, istituzioni giuridiche, forme di solidarietà e di altruismo che rappresentano alcune delle più alte manifestazioni della vita conosciuta, ma la storia ci obbliga a riconoscere anche l’altro volto della natura umana. L’essere umano è capace di compassione, ma anche di crudeltà. È capace di sacrificarsi per gli altri, ma anche di sfruttarli. È capace di creare opere d’arte e distruggere intere città. È capace di fondare università e di organizzare genocidi. È una delle poche specie che organizza sistematicamente l’uccisione dei propri simili su larga scala attraverso guerre, persecuzioni e massacri.

E se allarghiamo lo sguardo oltre la storia umana, se guardiamo quel rapporto con la natura, che tanto Francesco quanto Leone hanno chiamato in causa, l’ambivalenza diventa ancora più evidente. L’Homo sapiens è una specie straordinaria, ma è anche uno dei predatori più spietati che l’evoluzione abbia mai prodotto. Ha trasformato ecosistemi, ha portato numerose specie all’estinzione e ha costruito sistemi di allevamento che comportano ogni giorno la sofferenza e la soppressione di miliardi di animali e piante.

La natura è ambivalente. La tecnologia è ambivalente. L’umanità è ambivalente. Per questo motivo, diffido di ogni rappresentazione che attribuisca la negatività alla tecnologia e la positività esclusivamente all’uomo o alla natura. Sia chiaro che il Papa non cade in queste semplificazioni. Queste ambivalenze sono in parte riconosciute. Semmai, la situazione può cambiare ora, perché, conoscendo il linguaggio del DNA, possiamo passare a una fase meno brutale di evoluzione autodiretta. Se così è, le tecnologie transumaniste dovrebbero essere viste come un dono che marca un cambiamento decisivo nella storia.

Aggiungerei, perciò, un’osservazione apparentemente banale, ma importante, in relazione alla competizione e alla selezione. Molti dei comportamenti che consideriamo perfettamente normali possono essere interpretati come forme di potenziamento umano. Lo sport mira ad accrescere le prestazioni del corpo e a contrastare il declino fisico. L’istruzione mira ad aumentare le capacità cognitive. La medicina combatte malattie e fragilità naturali. Nessuno considera moralmente sospetto il fatto che una persona studi, si alleni o segua una terapia medica per migliorare la propria condizione e, magari, porsi in una posizione di vantaggio nella competizione con altri individui della propria specie, per non parlare della competizione con altre specie. Eppure, tutte queste attività hanno in comune l’idea che la natura, così come la troviamo, non debba necessariamente essere accettata passivamente. Se un individuo frequenta una palestra o assume integratori per contrastare la sarcopenia associata all’invecchiamento, si sta opponendo a un processo naturale. Se studia per anni fino a conseguire una laurea, sta ampliando le proprie capacità rispetto a quelle che possedeva originariamente e a quelle delle persone che lo circondano. In entrambi i casi cerca di superare alcuni limiti fisici e mentali imposti dalla condizione naturale per conseguire il proprio benessere, la propria felicità. Questo è il nucleo fondante del transumanesimo, quel mare che bagna tutte le isole dell’arcipelago. E non posso esimermi dal notare che lo stesso Papa ha studiato molto per arrivare dove è ora – al vertice della gerarchia ecclesiastica – e, come ci hanno informato i media, frequenta regolarmente palestre per potenziare la muscolatura.

La questione, quindi, non è se sia legittimo potenziarsi. Chi più chi meno, in piena coscienza o in modo inconsapevole, con maggiore o minore continuità, lo facciamo tutti. La vera questione morale riguarda l’atteggiamento verso lo sconfitto, il debole, chi resta indietro. Un individuo può potenziare la propria mente e il proprio corpo allo scopo di scalare le gerarchie per sopraffare e irridere gli avversari o, al contrario, per mostrare agli altri la strada da percorrere o per mettere i propri talenti al servizio del prossimo. Immagino che quest’ultima sia stata la motivazione che ha indotto il Papa a potenziarsi mentalmente e fisicamente.

Per arrivare al punto, non credo che il transumanesimo implichi necessariamente l’idea di esseri umani più o meno degni. Al contrario, nelle sue formulazioni migliori, il transumanesimo nasce proprio dal tentativo di ridurre alcune delle disuguaglianze e delle sofferenze che la natura distribuisce in modo spesso arbitrario. Come ogni progetto umano, può produrre risultati positivi o negativi, ma giudicarlo esclusivamente attraverso il prisma della discriminazione significherebbe trascurare una parte importante delle sue motivazioni e delle sue aspirazioni più profonde.

3. Al punto 118, il papa concede molto al transumanesimo, riconoscendo che è un dovere cercare di eliminare la sofferenza, però pone come contrappeso il riconoscimento della nostra costitutiva finitudine. Il transumanesimo riconosce la costitutiva finitudine umana?

R. C.: Se per finitudine intendiamo la condizione contingente dell’essere umano, allora il transumanesimo la riconosce pienamente. Anzi, nasce proprio dalla consapevolezza della vulnerabilità umana. Malattia, invecchiamento, declino cognitivo e morte sono i problemi fondamentali che il movimento si propone di affrontare con i mezzi resi via via disponibili dalla scienza. Se i transumanisti non riconoscessero la finitudine umana, non avrebbero alcuna ragione di proporre tecnologie destinate a contrastarla. È spesso chi, arrogantemente, si crede già perfetto in quanto cuspide della creazione che viene infastidito dalle idee transumaniste, perché gli ricordano che l’uomo non è il non plus ultra in fatto di intelligenza, longevità o altre caratteristiche.

Se invece per finitudine intendiamo un limite ontologico insuperabile che dovrebbe essere accettato come definitivo, allora molti transumanisti dissentono. Essi osservano che gran parte della storia umana può essere interpretata come una continua espansione dei limiti precedentemente considerati invalicabili. Abbiamo superato i limiti della forza muscolare con le macchine, quelli della memoria con la scrittura e i computer, quelli della mobilità con i mezzi di trasporto, quelli della comunicazione con le reti globali.

Da questo punto di vista, il transumanesimo considera la finitudine una realtà storica e dinamica, non una condizione definita da una soglia immutabile. Certamente, se entriamo in una logica dicotomica e opponiamo il concetto di “finitudine” a quello di “infinito”, senza sfumature intermedie, allora il discorso cambia. Non ho nessun problema a entrare in questa logica. Personalmente, non credo che l’uomo, nella sua dimensione corporea e immanente, attraverso le tecnologie, possa aspirare a raggiungere qualcosa come l’Infinito o l’Assoluto. Se questa è la definizione di Dio, allora per l’uomo la condizione divina è irraggiungibile. L’uomo può certamente evolvere nella direzione del divino, ma l’incontro finale con esso, se mai ci sarà, non potrà che dipendere dalla disposizione del divino stesso.

A proposito di questa prospettiva, considerato che Leone XIV è un agostiniano, che Agostino era un proto-evoluzionista e che tutto il discorso del Papa è imperniato sulla tecnologia, mi ha colpito una grande assenza in questa enciclica: quella di Pierre Teilhard de Chardin – colui che più di ogni altro ha cercato di tenere insieme e dare un senso a fede, evoluzione e progresso tecnologico.

4. Al di là dell’enciclica, rimanendo ancora nella prospettiva di guardare a ciò che unisce, vi sarebbero, secondo lei, obiettivi o iniziative che transumanisti e cristiani potrebbero portare avanti insieme per il bene dell’umanità?

R. C.: Assolutamente sì. Teniamo però presente – a costo di sembrare pedanti – che, se esistono situazioni che avvantaggiano o svantaggiano tutta l’umanità (il primo esempio che mi viene in mente è sventare o non sventare la caduta di un enorme meteorite sul nostro pianeta o lo scoppio della terza guerra mondiale), ve ne sono tante altre in cui il vantaggio di un gruppo, che sia una classe sociale, una nazione, un’azienda, un partito politico o una chiesa religiosa si traduce automaticamente in uno svantaggio per un altro gruppo analogo. Insomma, si fa presto a parlare di “umanità”, presumendo che se qualcosa è bene per un essere umano è bene per tutti, ma nella realtà non esistono solo “esseri umani”; esistono poveri e ricchi, liberali e comunisti, italiani e somali, maschi e femmine, giovani e vecchi, sani e malati, cattolici e musulmani, tecnofili e tecnofobi, solo per fare qualche esempio. Talvolta, metaforicamente parlando, ciò che per qualcuno è un passo verso il paradiso, per altri è un passo verso l’inferno.

Detto ciò, non esito a dire che una convergenza fra transumanisti e cristiani su alcune questioni fondamentali è possibile e auspicabile. Si badi che io sto pensando qui ai cittadini comuni di entrambi gli orientamenti e non ai membri delle élite finanziarie e tecnocratiche.

La prima riguarda l’accesso equo alle tecnologie mediche. Se nuove terapie genetiche, neurotecnologie, protesi avanzate o strumenti di medicina rigenerativa saranno in grado di ridurre sofferenze e disabilità, il problema non sarà soltanto svilupparle, ma renderle accessibili al maggior numero possibile di persone. Qui la sensibilità sociale della tradizione cristiana e l’interesse transumanista per il miglioramento umano potrebbero convergere. In particolare, si potrebbero unire gli sforzi nella lotta contro le malattie e l’invecchiamento patologico. Il desiderio di alleviare la sofferenza non appartiene esclusivamente al transumanesimo. È presente anche nel cuore della tradizione cristiana, che ha dato vita a ospedali, opere assistenziali e istituzioni dedicate alla cura dei malati. Non vedo perché il desiderio di curare il cancro, l’Alzheimer o altre patologie degenerative con rimedi basati sulle nuove conoscenze prodotte dalla genetica dovrebbe essere motivo di conflitto tra le due prospettive. Ci sono state in passato tensioni bioetiche nei casi in cui entrava in gioco la protezione dell’embrione umano sin dal concepimento. Ma al netto di questi casi, c’è qualche ragione che farebbe sprofondare un cattolico nel peccato, qualora utilizzasse una terapia genica per vivere più a lungo? Basterebbe riconoscere che rallentare l’invecchiamento è una forma di prevenzione di altre malattie.

Lo stesso discorso vale per la fecondazione in vitro e gli uteri artificiali, se davvero interessa espandere la vita e contrastare la denatalità. I cristiani dovrebbero prendere atto che il mondo è cambiato e – purtroppo – i giovani decidono di non procreare o decidono di farlo troppo tardi. Se così stanno le cose, le prediche sterili e le nostalgie del passato non sono di alcun aiuto. Sarebbe invece auspicabile avere politiche di sostegno alla natalità che includano, oltre a sussidi e asili nido gratuiti o economici, anche un accesso facilitato alle tecnologie della procreazione. Dal canto loro, i transumanisti, se davvero credono che l’espansione della vita cosciente sulla terra e nell’universo sia un bene, devono comprendere che certe dinamiche per realizzarsi richiedono una sensibilità sociale e non un approccio meramente individualistico.

La terza area di possibile collaborazione riguarda la governance dell’intelligenza artificiale, che è il tema principale dell’enciclica. L’IA rappresenta probabilmente la tecnologia più trasformativa della nostra epoca. Può aumentare la produttività, migliorare la ricerca scientifica e rendere più efficienti molti servizi. Ma può anche generare nuove forme di controllo sociale, concentrazione del potere e disuguaglianze economiche. Su questi temi, cristiani e transumanisti hanno un interesse comune: evitare che la tecnologia venga utilizzata contro le persone comuni – categoria che include tanto i cristiani quanto i transumanisti, nonostante si tenda troppo spesso a identificare questi ultimi con i tecno-oligarchi. Inoltre, i cristiani hanno interesse a difendere il proprio sistema di valori e i transumanisti hanno interesse a che non esploda una rivolta contro la tecnologia. Ecco allora che, facendo gli uni leva sulla dottrina sociale della Chiesa e gli altri su teorie economiche interventiste, potrebbero insieme scongiurare i due principali pericoli all’orizzonte: una disoccupazione tecnologica di massa e un asfissiante controllo algoritmico della vita sociale da parte di grandi soggetti privati.

Se le persone comuni non riusciranno a unire le forze, c’è un serio rischio che l’essere umano venga ridotto a una funzione economica, a una serie di dati, a una semplice risorsa produttiva o, peggio ancora, a un elemento del sistema considerato ridondante e inquinante. Questo scenario dovrebbe preoccupare tanto i cristiani quanto i transumanisti. Entrambi hanno interesse a difendere una concezione della persona che non possa essere ridotta a un algoritmo, una variabile economica o un inutile peso per il sistema, perlomeno – lo ripeto – se parliamo dei cittadini comuni e non degli uomini che detengono il potere politico ed economico.

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