Ci può aiutare in MH e IA, Genesi e Neemia!?
L’enciclica Magnifica Humanitas, con i suoi contenuti di portata storia e attuale, potrebbe sollevare una domanda legittima: gli episodi biblici richiamati dall’enciclica Magnifica Humanitas sono davvero pertinenti alle sfide morali e politiche poste dall’intelligenza artificiale? La sua critica, condivisibile sul piano della coerenza esegetica, segnala una tensione reale tra l’intento omiletico del documento pontificio e la complessità dei testi scelti. Eppure, ogni domanda chiama una risposta, e ogni risposta apre nuovi interrogativi.
Partiamo dall’episodio della Torre di Babele, che il Santo Padre richiama in MH 90 come monito contro «un progetto di dominio che finisce per disumanizzare». Dove si trova Babele nel testo? Il racconto è incastonato tra due blocchi genealogici: Gn 10 e Gn 11,10. Entrambi portano la firma dell’autore esilico, che sentiva il bisogno di restituire radici e storia a un popolo narrando il susseguirsi delle generazioni scampate al diluvio. In questo contesto, il brano di Babele, di redazione probabilmente più tarda, porta con sé tratti tipici della propaganda imperiale assiro-babilonese. Il versetto «tutta la terra aveva un’unica lingua e uniche parole» (Gn 11,1 CEI 2008) può essere reso anche come «tutta la terra aveva un solo labbro e uniche imprese», un’espressione che richiama l’ideologia della pax imperiale, dove ogni popolo viveva sotto un potere incontrastato.
Ciò che colpisce è la struttura narrativa complessiva. Le genealogie di Noè e di Sem, con i loro nomi e le loro storie familiari, circondano l’episodio di Babele a mo di incastro. La storia delle persone ingloba l’evento di massa, e non viceversa. Il redattore biblico, che si rivolge a un popolo ancora privo di certezze su una terra, pone una domanda sapienziale sottile: anche Babele nasce dopo il diluvio, ma non è la storia, è un evento che la compone. La vera storia rimane quella della persona, del suo nome, delle sue radici.
Questa chiave di lettura permette di cogliere qualcosa che una lettura moralistica dell’episodio rischia di perdere. Gli uomini della valle di Šin’ar non sono semplicemente «i cattivi» che fanno il male. Sono uomini che hanno paura. Paura di disperdersi, di perdere identità, di dissolversi nell’anonimato. Le loro capacità tecniche, la cottura dei mattoni, la costruzione della torre, non bastano più: vogliono trasformare la capacità in potere, la competenza in dominio, il proprio nome in un nome che nessuno possa cancellare.
Qui i nessi con il nostro presente diventano visibili. L’intelligenza artificiale promette esattamente questo: superare il limite, prolungare l’identità oltre la morte attraverso avatar e upload di personalità, costruire sistemi che decidano al posto nostro chi siamo e cosa meritiamo, come nel caso della macchina COMPAS, che produceva valutazioni di rischio razzialmente distorte sulla base dei dati acquisiti. O ancora nei sistemi di elaborazione del lutto che simulano, attraverso algoritmi, le risposte di persone care defunte.
In questi tre millenni di storia, la Scrittura si conferma memoria storica di un essere umano che ha paura e che, di fronte ai propri limiti, cerca potenzialità che li sorpassino. La risposta alla domanda sulla pertinenza dei riferimenti biblici di MH è quindi, almeno in parte, affermativa: Babele ci aiuta a pensare l’intelligenza artificiale, non come allegoria di una colpa da espiare, ma come specchio di una tentazione ricorrente, quella di confondere la capacità con il potere, la tecnica con il dominio, e di dimenticare che ciò che rimane nel tempo, nella Scrittura come nella storia, è sempre la persona, con il suo nome e la sua storia irriducibile.
I capitoli di Neemia 2-6, in MH, si focalizzano sul significato delle mura di Gerusalemme, ormai in pezzi a causa della devastazione Babilonese, le quali devono essere ricostruite e rifendo a ciò l’esigenza di un “opera di responsabilità condivisa” (cf.MH 90). Per comprendere di cosa si tratti questa responsabile è bene non focalizzarsi sulla ricostruzione ma sulla costruzione delle mura di Gerusalemme. Nel 2023, Yuval Gadot e la sua squadra di archeologi hanno pubblicato i dati del fossato che separava il nucleo della Gerusalemme che nel IX secolo a.C., dalla parte piu alta dei monti circostanti. Tale opera serviva appunto da murificazione e separazione quando Gerusalemme cessa di essere cancan e comincia ad essere Giuda, ma nel corso delle epoche circa due secoli dopo nell’epoca di Ezechia l’espansione della città farà di quel fossato di confine uno spazio dove poter costruire abitazioni e dare slancio florido alla città. Bene, quello che i dati archeologici ci dicono sull’evoluzione strutturale di Gerusalemme possono ricordarci come vadano ricostruite quelle mura: non come terrapieno difensivo ma come luogo dove si possa ospitare. La politica di Neemia nell’epoca del rientro nella terra fu tutt’altro che incruenta e come egli dicesse di se stesso di muoversi da una posizione di potere: essere il coppiere del re (cf. Ne 1,11). Questo ci rimanda ad questi ammonimenti: ogni azione che costo ha, ogni intento di che forme comunicative si serve.
A tempo di Neemia l’imperativo categorico era tornare nella terra dei padri e quindi mettere fine all’esilio, e questo messaggio era condiviso anche da Esdra, la parte piu “religiosa” di questo movimento di ritorno, il quale adotto una forte tecnica comunicativa per affermare il suo pensiero.
Esdra 1,2
“Così dice Ciro, re di Persia: “Il Signore, Dio del cielo, mi ha concesso tutti i regni della terra. Egli mi ha incaricato di costruirgli un tempio a Gerusalemme, che è in Giuda”.
Il sacerdote Esdra prende l’editto di Ciro, leggibile oggi sul cilindro custodito al British Museum, sfrutta la stessa modalità di legittimazione, è il divino che lo ha voluto, e il re suo strumento ha conquistato babilonia, nel testo del cilindro, mentre vuole ricostruire Gerusalemme nel libro di Esdra. La forza persuasiva della comunicazione, la quale faceva perno su un potere piu grande su possibilità di argomenti piu ampi, è fina dai tempi piu antichi atta a convincere. Ora questo è strumento di pregio quando il messaggio è liberante e salvifico, ma diventa pericoloso quando il messaggio è autocratico o dispotico.
Questo a tempo di Neemia rischio di verificarsi sottomettendo la dignità della persona all’identità del popolo (vedi la proibizione dei matrimoni misti). In tutto ciò il racconto biblico ci mette in guardia a che tipo di forza comunicativa attingiamo per dibattere sulle IA, quale obiettivo ci poniamo e quale costo siamo disposti a pagare, un costo che non vale mai la nobiltà della persona umana. Il santo padre ci invita ad una responsabilità condivisa, le mura di Gerusalemme seppero trasformarsi da confine di separazione in luogo abitativo: dunque ciò che conta nel tempo delle IA, come nel mondo biblico, non sono le posizioni polarizzate giusto o sbagliato, ma la scelta oculata di una comunicazione onesta di messaggi e obiettivi.
In risposta alla rigidità delle politiche di Esdra e Neemia la narrazione biblica ci offre il libro di Ruth, proprio in risposta ai divieti sui matrimoni misti: una Moabita diventa generazione di Davide. In questa operetta biblica ciò che risalta e può dare direzione alla creaturalità dell’umano e all’artificialità dell’IA, è l’originalità della persona umana. In Ruth ogni personaggio mette la sua originalità perché il bene liberante si compia. Quindi la seconda parte della risposta alla domanda iniziale è a mio avviso: si. La Bibbia, e nella fattispecie la storia di Neemia 2-6, ci è gia passata in cambiamenti d’epoca significativi e potenzialità comunicative da gestire e a risposto con una sapienza ancora attuale: l’originalità della persona umana nel suo vissuto.







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