Fano Ufficio Pastorale Digitale

Gli uffici diocesani per il digitale dopo Magnifica Humanitas

Dalle encicliche agli uffici

Leone XIV ha firmato Magnifica Humanitas il 15 maggio 2026. Cinque mesi dopo, alcune diocesi italiane hanno cominciato a tradurre la questione dell’intelligenza artificiale in organigramma. Nella riunione del clero di settembre la diocesi di Fano-Fossombrone-Cagli-Pergola ha annunciato un Servizio diocesano di pastorale digitale e intelligenza artificiale, affiancato agli altri servizi di curia e rivolto a insegnanti, docenti di religione, genitori, parroci e diaconi¹. Il vescovo di Macerata ha dedicato all’IA la lettera pastorale 2026-2027². A Genova, a maggio, un parroco noto per la sua presenza sui social è stato chiamato a portare quell’esperienza a livello diocesano³. Fermo e Torino dispongono da tempo di servizi di pastorale o di apostolato digitale⁴.

Fano non è dunque il primo caso. La novità sta nel nome: per quanto ho potuto verificare, è la prima volta che l’intelligenza artificiale compare nella denominazione di un ufficio diocesano italiano. Il dato più interessante riguarda però lo spostamento della domanda. Dopo la nota Antiqua et nova (gennaio 2025), il documento della Commissione teologica internazionale Quo vadis, humanitas? (febbraio 2026) e l’enciclica, il problema delle Chiese locali smette di essere che cosa dire sull’IA e diventa come organizzarsi per abitarla.

L’enciclica autorizza questo passaggio. Chiede di tradurre i criteri di discernimento «in prassi» (n. 14) e descrive il mondo digitale come «un nuovo continente da evangelizzare, che richiede missionari generosi e maturi nella fede» (n. 238). Un rapporto internazionale presentato a marzo chiedeva esplicitamente ruoli dedicati nelle diocesi⁵. Nello stesso mese, al convegno interuniversitario romano sui missionari digitali, Massimiliano Padula avvertiva che formalizzare la pastorale digitale rischia di appiattire la riflessione sulla tecnicalità⁶.

Intanto gli uffici nascono. Conviene quindi chiedersi quale forma prendano, perché ogni forma organizzativa incorpora un’ecclesiologia, e l’enciclica offre un criterio esplicito per giudicarla.

Cinque modelli, cinque ecclesiologie

Le esperienze in corso si lasciano ricondurre a cinque modelli, che di rado esistono allo stato puro.

Il primo è la presenza comunicativa. La diocesi valorizza chi sa già parlare sui social e ne istituzionalizza il ruolo, come a Genova. Il digitale vi compare soprattutto come canale di annuncio, e il criterio di scelta coincide con il successo comunicativo di una persona: la notorietà rischia così di funzionare da titolo.

Il secondo è formativo ed educativo. L’ufficio raccoglie le richieste di scuole, famiglie e parrocchie, produce materiali divulgativi e accompagna i genitori su dipendenze e ritiro sociale, come annunciato a Fano; la lettera di Macerata ne è la versione magisteriale. Risponde a un bisogno reale e coincide con l’alleanza educativa che l’enciclica pone tra le priorità (nn. 139-142). Il suo limite è strutturale: trasferisce sul digitale lo schema dell’esperto che spiega a destinatari che ascoltano, e tende a misurarsi sul numero di incontri tenuti.

Il terzo è culturale. Riflessione, dialogo con università e imprese, presenza nei luoghi dove la tecnologia viene progettata, secondo la linea del servizio torinese. È il modello più vicino al n. 241, che chiede di entrare nei «cantieri della storia», a cominciare da laboratori di ricerca e imprese tecnologiche.

Il quarto è distribuito. Gli AI Angels nati allo IUSVE di Venezia propongono piccoli gruppi di volontari dentro le singole comunità, che mettono le proprie competenze di IA al servizio della pastorale ordinaria; il progetto dichiara di voler evitare esperti incaricati di insegnare agli altri e di scoraggiare il protagonismo del singolo⁷. Qui manca un ufficio centrale: alla diocesi spetterebbe, semmai, riconoscere e collegare.

Il quinto riguarda il governo interno. La diocesi di Orange, in California, ha costituito un consiglio per l’IA che riunisce vicario generale, vicario giudiziale, parroci e i responsabili di comunicazione, informatica, risorse umane e scuole; si incontra ogni trimestre e aggiorna una guida sull’uso dell’IA nelle attività diocesane⁸. L’oggetto, in questo caso, è la Chiesa stessa in quanto utilizzatrice di tecnologia.

In Italia prevalgono i primi tre modelli, tutti costruiti attorno a una figura o a un ufficio che emette contenuti. Il quarto esiste, ma è nato in ambito universitario e non diocesano. Del quinto non ho trovato casi diocesani italiani.

La verifica che l’enciclica chiede alla Chiesa

Il secondo capitolo di Magnifica Humanitas si chiude con un paragrafo che di solito si legge in fretta, intitolato «Una verifica per la Chiesa» (nn. 86-89). Vi si afferma che la Dottrina sociale è anche «un esame di coscienza per la Chiesa». La sussidiarietà vi diventa «un criterio di governo e di vita pastorale», che deve valorizzare «carismi e competenze» evitando «ogni paternalismo» (n. 87); la partecipazione dei battezzati passa per organismi «reali, non nominali» (n. 87); si chiede una cultura «della trasparenza, del rendiconto e della valutazione» (n. 86) e forme regolari di valutazione delle responsabilità ministeriali (n. 89). Poco prima, a proposito della società civile, l’enciclica chiede che le scelte si prendano al livello più vicino alle persone, «così che il popolo non si trovi davanti a decisioni già prese» (n. 70).

Applicati agli uffici per il digitale, questi criteri distinguono due logiche. Nella prima l’ufficio è una funzione: un incaricato, di norma un presbitero, la cui competenza si presume a partire dalla nomina, e una comunità che riceve. Nella seconda l’ufficio è un servizio: la competenza effettiva viene riconosciuta dove si trova, e la comunità partecipa alla definizione degli obiettivi. Nel caso del digitale la differenza pesa più che altrove, perché la competenza sta in larga parte fuori dal clero, tra ingegneri, insegnanti, professionisti dei dati e della comunicazione. Un ufficio costruito come funzione rischia di invertire la direzione: chi lavora ogni giorno con queste tecnologie diventa destinatario della formazione di chi le osserva dall’esterno.

L’enciclica stessa fornisce l’immagine. Neemia, al suo arrivo a Gerusalemme, esamina in silenzio le rovine, convoca le famiglie e «affida a ciascuna un tratto di muro da ricostruire»; la città rinasce «non grazie all’iniziativa di una singola persona, ma attraverso la responsabilità condivisa di tutto il popolo» (n. 8). Un ufficio diocesano fedele a questa immagine mapperebbe le competenze presenti nelle comunità e le metterebbe in rete, prima di produrne di proprie.

C’è anche un secondo uso della sussidiarietà, più specifico. Nella rivoluzione digitale, osserva l’enciclica, il «livello superiore» che assorbe competenze, dati e capacità decisionale è costituito da aziende e piattaforme (n. 71). Un servizio diocesano coerente con questo principio dovrebbe rafforzare la capacità delle comunità di scegliere quali strumenti usare e a quali condizioni, compito che va oltre la formazione degli utenti.

Il criterio della competenza, da solo, non chiude la questione. Un servizio vive della fiducia della comunità che lo riconosce, e quella fiducia richiede una verifica che la nomina non può sostituire. È la ragione per cui l’enciclica affianca alla valorizzazione dei carismi il rendiconto e la valutazione: la competenza dice che cosa una persona sa fare, la verifica comunitaria dice se le si può affidare quel compito.

Due assenze

La prima assenza riguarda la Chiesa come utilizzatrice di IA. Curie e parrocchie usano già sistemi generativi per testi, comunicazione, gestione amministrativa, materiali catechistici; caricano su piattaforme commerciali documenti che contengono dati dei fedeli. L’enciclica chiede che le responsabilità siano chiare «in tutti i passaggi», da chi progetta i sistemi a chi decide di affidare loro scelte concrete (n. 105), e afferma che i dati, frutto del contributo di molti, «non possono essere venduti o affidati a pochi» (n. 108). Questi criteri valgono anzitutto per la Chiesa stessa, se la Dottrina sociale è davvero un suo esame di coscienza. Chi decide quali strumenti si adottano in curia, quali dati vi entrano, con quali garanzie e con quale rendiconto? Nei servizi italiani di cui ho notizia questa domanda non compare; il consiglio di Orange mostra che può essere affrontata con mezzi ordinari.

La seconda assenza riguarda la tutela dei minori. Magnifica Humanitas descrive senza attenuazioni i fenomeni di adescamento, ricatto e sfruttamento sessuale dei minori in rete, resi più insidiosi da profili falsi, algoritmi che amplificano contatti pericolosi e strumenti capaci di manipolare immagini (n. 141). Nella verifica interna alla Chiesa, l’ascolto delle vittime di abusi è indicato come parte integrante di un cammino di giustizia che comprende «il riconoscimento del danno, la giusta riparazione e la prevenzione» (n. 89). Un servizio diocesano che si rivolge a famiglie, insegnanti e ragazzi sul terreno del digitale opera dunque, per definizione, dentro il perimetro della tutela.

Ne derivano requisiti precisi: il coordinamento stabile con il servizio diocesano per la tutela dei minori; criteri di idoneità degli incaricati che vadano oltre la competenza tecnica o comunicativa; regole esplicite per i contatti online con minori; trasparenza sui criteri con cui gli incarichi vengono conferiti. Nei comunicati istitutivi che ho letto la tutela non viene menzionata. Un ufficio che nasce per educare alla consapevolezza dei rischi digitali dovrebbe essere il primo a dichiarare come li gestisce al proprio interno.

Sperimentare, cioè rendere conto

La nascita di questi uffici viene salutata come il passaggio dalla teoria alla sperimentazione. Il passaggio, però, avviene solo se la sperimentazione ha le sue condizioni: obiettivi dichiarati in anticipo, una verifica dei risultati, la possibilità di constatare che qualcosa non ha funzionato e di correggerlo. Un servizio che produce incontri e opuscoli senza rendere conto di che cosa sia cambiato nelle comunità resta, nella sostanza, teoria in forma divulgativa. A proposito del lavoro l’enciclica parla di «modelli articolati» e «sperimentazioni locali» (n. 153); la formula si presta anche a questo caso.

Tradotto in scelte organizzative, significa costituire il servizio come équipe, in cui presbiteri, laici competenti, rappresentanti delle famiglie e delle scuole condividano la definizione degli obiettivi. Significa assegnargli, accanto alla formazione, il governo dell’uso interno dell’IA e un raccordo strutturale con la tutela. Significa prevedere un rendiconto pubblico annuale e un confronto tra le diocesi che hanno avviato servizi analoghi, così che le esperienze diventino confrontabili e chi viene dopo non riparta da zero.

Neemia, ricorda l’enciclica, «non impone soluzioni dall’alto» (n. 8). Un ufficio diocesano per il digitale si può giudicare con questa misura: quante famiglie, scuole, parrocchie e professionisti ha messo in condizione di costruire il proprio tratto di muro, e quanto ha preteso di costruire da solo.

Note

¹ Redazione Fano. (2026, 1 ottobre). La pastorale digitale e dell’AI. Il Nuovo Amico.

² Il vescovo e l’intelligenza artificiale: «Deve crescere la nostra umanità». (2026). Il Resto del Carlino, ed. Macerata.

³ Don Fiscer, parroco social «trapiantato» in Diocesi. (2026, 16 maggio). Avvenire, rubrica WikiChiesa.

⁴ Diocesi di Fermo. (s.d.). Servizio diocesano di Pastorale digitale. ; Nella trasformazione digitale credere alle promesse di Cristo. (s.d.). Av\venire.

⁵ La missione digitale della Chiesa passa anche dall’intelligenza artificiale, ma con «discernimento digitale». (2026, 4 marzo). Avvenire, rubrica Artifici.

⁶ Chi forma gli influencer? Quattro atenei pontifici riflettono sui missionari digitali. (2026, 18 marzo). Avvenire, rubrica Artifici.

⁷ L’intelligenza artificiale arriva in parrocchia grazie agli «angeli». (2025, 4 febbraio). Avvenire.

⁸ Roman Catholic Diocese of Orange. (s.d.). Artificial Intelligence (AI) Council.

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