media digitali cattolici

TRA MEDIA DIGITALI E RELIGIONE

Come si trasformano la spiritualità, l’autorità ecclesiastica e il vissuto religioso nell’era dei social network e dell’intelligenza artificiale? In questa intervista, la ricercatrice Giulia Evolvi analizza l’impatto dei media digitali sulle istituzioni religiose tradizionali, spiegando le nuove dinamiche che guidano il rapporto tra fede, tecnologia e comunicazione contemporanea.

1. Gentile Giulia, innanzitutto le chiediamo di presentarsi ai nostri lettori: il suo percorso di studi e le caratteristiche principali dell’ambito di cui si occupa, ovvero ‘religione e media’

G. E.: Mi chiamo Giulia Evolvi e sono originaria di Como. Dopo una laurea in Lingue Orientali a Venezia e una specialistica in Scienze delle Religioni a Padova, mi sono appassionata alla relazione tra media e religione. Per questo motivo, ho deciso di fare il mio dottorato all’Università del Colorado, dove c’è un centro famoso dedicato proprio a questo tema. Successivamente, ho lavorato all’Università della Ruhr a Bochum, in Germania, e all’Università Erasmus a Rotterdam, in Olanda. Recentemente sono ritornata in Italia con un progetto finanziato dall’Unione Europea che si concentra su media digitali, questioni di genere, e Cattolicesimo.

Mi sono sempre interessata ai media digitali, un campo in continua trasformazione, che spesso evoca sentimenti ambigui nei leader e nei fedeli religiosi. Ricordo che quando mi sono laureata alla specialistica, nel 2010, vari professori consideravano la cosiddetta “religione digitale” come inautentica e, quindi, poco interessante a livello accademico. Ora, e soprattutto dopo il COVID, ci siamo abituati a vedere la religione come qualcosa che può essere mediato. Tuttavia, troviamo nuovi scetticismi nell’approccio all’intelligenza artificiale, a riprova del fatto che le nuove tecnologie provocano sempre un po’ di ansia e di dubbi, soprattutto quando vanno ad intersecarsi con istituzioni che vantano secoli di storia come la Chiesa Cattolica. 

2. Nel suo lavoro usa il concetto di “iper-mediazione” per spiegare come i media digitali non annullino le istituzioni religiose, ma ne ridefiniscano gli spazi affettivi e relazionali. L’ascesa dei influencer della fede basano il loro carisma sull’autenticità percepita piuttosto che sulle investiture teologiche tradizionali. In che modo questo sta riconfigurando il concetto stesso di “religione”?

G. E.: Ho elaborato la teoria dell’ipermediazione studiando i blog religiosi, ma l’ho poi applicata anche ai social media. Alla base di questa teoria c’è l’idea che il mondo online sia profondamente legato a quello offline; di conseguenza, come ricercatori e ricercatrici, dobbiamo tenere in considerazione sia gli spazi digitali, che quelli fisici, che i cosiddetti media “tradizionali.” Un aspetto dell’ipermediazione è anche la maggior rapidità e l’intensità emotiva delle comunicazioni che avvengono tramite i media digitali.

Questi aspetti hanno sicuramente un forte impatto sulla religione. L’ascesa degli influencer religiosi, a mio parere, non riconfigura completamente il concetto di religione, ma piuttosto stravolge l’idea di autorità. Ci troviamo infatti davanti a due fenomeni, che spesso si sovrappongono: da una parte, le autorità religiose tradizionali (per esempio, i membri del clero) devono imparare le logiche mediatiche se vogliono replicare online lo stesso ruolo di cui godono offline; certamente, una figura come il Papa sarà sempre seguito online anche senza assumere atteggiamenti da “influencer”, ma molti preti o suore devono sviluppare una profonda conoscenza di algoritmi e calibrare dei contenuti che catturino l’attenzione. Dall’altra parte, i media digitali danno la possibilità a nuove autorità di emergere: persone che non hanno un ruolo religioso nella loro vita quotidiana, ma che sono in grado di creare contenuti a scopo religioso che interessino il pubblico, anche se non sono sempre necessariamente approfonditi o corretti.

Ci sono molti esempi di influencer religiosi, e un caso secondo me emblematico, e molto discusso al momento, è quello di Alberto Ravagnani. Questo (ex) prete è diventato molto famoso online pubblicando contenuti relativi alla fede, anche se presto ha iniziato a far parlare di sé perché sembrava focalizzare l’attenzione più che altro sul suo aspetto fisico, arrivando persino a sponsorizzare dei prodotti proteici per lo sport. Al momento della pubblicazione del suo libro, “la scelta,” Alberto Ravagnani ha annunciato online di aver deciso di abbandonare il ministero sacerdotale, e, al momento, continua a fare l’influencer. Alberto Ravagnani ha sicuramente avvicinato molti giovani alla religione, tanto da essere incluso nel Giubileo degli influencer promosso da Papa Leone XIV, ma viene naturale porsi delle domande: quanto è autentico il suo personaggio, e quanto erano sinceri i suoi contenuti religiosi?

3. La logica commerciale dei social trasforma anche i contenuti profondi e ‘sacri’ in prodotti appetibili per il consumo rapido. Quando la preghiera o il rituale diventano meme o pillole video per aggirare le “bolle di filtraggio” (echo chambers), che effetti abbiamo sulla relgione? Dal suo privilegiato osservatorio di ricerca, come vede il rapporto tra la visibilità richiesta dagli algoritmi e il bisogno fondamentalmente ritirato della spiritualità?

G. E.: La logica che guida l’ascesa degli influencer, religiosi e no, è spesso quella della visibilità e dell’attenzione. Oggi, piattaforme come Instagram e TikTok, molto popolari tra i giovani, sono soprattutto basate su contenuti visivi e brevi, spesso accompagnati da musica. Si diffondono così nuovi linguaggi che non sono necessariamente adatti a diffondere contenuti religiosi o spirituali. Allo stesso modo, i contenuti che diventano virali, uscendo magari dalla “bolla” religiosa, possono raggiungere molte persone, ma non veicolano necessariamente dei messaggi spirituali.

Un esempio è quello dell’estetica Cattolica, che si sta diffondendo sui social network, soprattutto negli Stati Uniti. Sempre più pagine propongono foto di rosari, mantilla, chiese, come parte del cosiddetto “stile Cattolico”. Non è possibile sapere se le donne e gli uomini che si fanno ritrarre con quelli che dichiarano essere vestiti e accessori “cattolici” lo siano davvero, e queste immagini spesso ritraggono la religione come una performance estetica piuttosto che una fede.

4. Lei descrive l’attivismo digitale religioso come “transcalare”, capace cioè di unire battaglie iper-locali a movimenti globali scavalcando le gerarchie ecclesiastiche formali. Le istituzioni religiose tradizionali, e in particolare la Chiesa cattolica, si sono accorte, secondo lei, di questo fenomeno? I religiosi online stanno inseguendo i linguaggi della rete per non perdere i giovani o s’intravede il tentativo di elaborare una vera e propria “teologia digitale”?

G. E.: Sicuramente, molte istituzioni religiose, tra cui la Chiesa Cattolica, hanno un’importante dimensione globale che si riflette anche nelle pratiche digitale. Occorre però fare qui una distinzione riguardo al Cattolicesimo: da una parte ci sono i movimenti sociali legati e/o ispirati alla religione cattolica, dall’altra l’istituzione religiosa stessa. Nel primo caso, i movimenti possono essere politicamente progressisti o conservatori; attualmente, ciò che è molto visibile sono i cosiddetti movimenti anti-gender, che esistono in diversi Paesi e sono generalmente legati ai partiti di destra, come è il caso della piattaforma CitizenGO, nata in Spagna. In questo caso, io parlo di attivismo transcalare in quanto i media digitali sono usati consapevolmente per delle campagne globali. L’obiettivo di questo attivismo, però, solitamente non è prettamente religioso, ma piuttosto legato a temi come l’aborto o il matrimonio omosessuale. Un discorso diverso si può fare invece per la Chiesa come istituzione, che da secoli diffonde i propri messaggi religiosi nei vari contesti geografici, e ora si avvale anche dell’uso dei media digitali. In questo caso, l’elaborazione di una “teologia digitale” non è, a mio avviso, tanto un esempio di attivismo, quanto uno sforzo di evangelizzazione o di diffusione del messaggio religioso, online quanto offline.

Come esempio, mi viene in mente un gruppo che ho incontrato nel mio attuale progetto, il Coordinamento Teologhe Italiane. Come suggerisce il nome si tratta di teologhe, che organizzano eventi, dibattiti, pubblicazioni, e hanno anche una presenza online. In questo caso non credo si possa parlare di “teologia digitale,” ma vediamo come i media digitali siano preziosi per diffondere messaggi di persone che si occupano di teologia, talvolta anche creando dibattiti o curiosità ad approfondire.

5. I suoi studi anche se non sono direttamente teologici possono insegnare molto ai teologi, mostrando fenomeni che spesso sfuggono alla loro prospettiva. Ci potrebbe insegnare qualche altro concetto che, secondo lei, i teologi dovrebbero sviluppare maggiormente, considerando i tempi che stiamo vivendo?

G. E.: Come ho menzionato nelle mie risposte precedenti, il rischio dei media digitali è di semplificare messaggi complessi e di inseguire logiche di visibilità piuttosto che creare contenuti di spessore. Credo, però, che i teologi possano trovare un proprio pubblico online, e certe informazioni che vengono dallo studio della religione digitale possono forse aiutare. Sappiamo che le persone che vengono percepite come autentiche, e perfino vulnerabili, tendono ad attirare più attenzione. In questo senso, non bisogna necessariamente crearsi un “personaggio,” ma piuttosto mostrarsi per quello che si è, anche con le proprie difficoltà. Inoltre, i leader religiosi che accolgono più consensi online di solito sono quelli che riescono a creare delle comunità: questo significa non porsi solamente come “insegnanti” desiderosi di diffondere conoscenza, ma aprirsi genuinamente alla conoscenza dell’altro, anche online. Questo significa, per esempio, creare gruppi di scambio, dare visibilità ad altre persone, collaborare con diversi creatori di contenuti, e dare la possibilità agli utenti di commentare ed essere ascoltati. In ultimo, anche se forse è la cosa più importante, è ricordarsi di utilizzare rispetto ed inclusione: spesso i contenuti più polarizzanti sono i più seguiti online, ma creare invece spazi di dialogo dove nessuno si sente giudicato consente una maggior longevità nel mondo digitale.

Condividi il contenuto:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Articoli Simili