Informazione Religiosa

Quando la buona notizia diventa buon contenuto

Presenti sui social, assenti dalle chiese

Le nostre chiese si svuotano. I canali cattolici sui social si riempiono. I numeri non tornano: dove finiscono quei milioni di persone che guardano, mettono like, condividono contenuti di fede senza mai varcare la soglia di una comunità reale?

Il paradosso è sotto gli occhi di tutti, ma raramente ci fermiamo a interrogarlo davvero. Più volentieri, ci consoliamo con le visualizzazioni come se il digitale fosse un nuovo catecumenato, una sala d’attesa dalla quale prima o poi le persone entreranno. Non è così e confondere la visibilità con l’evangelizzazione è uno degli equivoci più costosi che la pastorale oggi possa permettersi.

Quando parliamo di fedeli che comunicano la fede sui social (sacerdoti, laici, religiosi) la tentazione è di giudicarli per le intenzioni: sono in buona fede? Probabilmente sì, nella maggior parte dei casi, ma questo non è il punto.

Il punto è che TikTok, Instagram e YouTube non sono strumenti neutri che si possono semplicemente «usare bene». Sono ecosistemi progettati con una logica precisa: catturare l’attenzione, generare coinvolgimento emotivo, trattenere l’utente il più a lungo possibile, monetizzare questa presenza attraverso la pubblicità. Ogni elemento del loro design, come la durata dei video, la logica dell’algoritmo o le metriche di successo, risponde a questa finalità e non ad altra. Chi entra in questo ecosistema come produttore di contenuti non può ignorarne le regole. Deve produrre materiale breve, emotivamente coinvolgente, facilmente condivisibile e ottimizzato per l’algoritmo. Deve misurare il proprio impatto in termini quantitativi (follower, visualizzazioni, commenti, condivisioni) e deve competere per l’attenzione in un mercato saturo, dove la prossima distrazione è a un solo swipe di distanza. In altre parole, il cattolico che produce contenuti sui social non è padrone del mezzo che usa: è agito, usato dalla logica della piattaforma. Ed è questa logica, non la buona o cattiva volontà di chi vi partecipa, a renderla strutturalmente incompatibile con l’annuncio del Vangelo.

Per comprendere questa incompatibilità dobbiamo partire da un principio fondamentale della tradizione cristiana: la grazia è dono gratuito. Non si conquista, non si merita, non si compra. «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date», dice Gesù ai discepoli prima di inviarli in missione (Mt 10,8). Questa gratuità non è un dettaglio accessorio del messaggio evangelico: è la sua struttura portante.

Le piattaforme social sono ecosistemi capitalistici dove nulla è gratuito. Ogni contenuto pubblicato, ogni interazione generata, ogni minuto trascorso a scorrere il feed fa parte di un ciclo economico preciso: gli utenti producono, le piattaforme monetizzano, i produttori vengono ripagati con visibilità e con la dopamina del consenso sociale. Quando il cristianesimo entra in questo ciclo, subisce una trasformazione silenziosa ma profonda. Il dono gratuito diventa contenuto da consumare, il mistero che interpella diventa prodotto da ottimizzare, l’incontro che trasforma diventa esperienza da condividere e, alla fine del percorso, la buona notizia è diventata buon contenuto. La differenza non è di forma: è di sostanza.

Esiste poi un secondo problema, più sottile ma altrettanto serio. L’algoritmo non premia la verità: premia la condivisibilità. Non seleziona ciò che è più autentico, ma ciò che genera più coinvolgimento emotivo. Questo significa che le posizioni più nette, più polarizzanti, più adatte a suscitare reazione, indipendentemente dalla loro profondità, ottengono sistematicamente più visibilità. Una fede adulta, che sa stare nell’ambiguità del reale, che accompagna più che risponde, che pone domande più che fornire certezze, è strutturalmente svantaggiata in questo ambiente. I social premiano la semplicità, la certezza, l’emozione forte, la risposta immediata. Premiano esattamente il contrario di ciò che la tradizione cristiana intende per discernimento. Il risultato paradossale è che la presenza cristiana più visibile sui social tende a essere quella meno rappresentativa della profondità della fede. Le coscienze cristiane rischiano di essere nutrite più di slogan devozionali che di autentica sostanza spirituale.

Di fronte a questo quadro, la tentazione è la resa: togliersi dal digitale, lasciarlo ai suoi meccanismi, ritirarsi in una purezza impossibile. Non è questa la risposta giusta. La risposta giusta è distinguere con chiarezza tra due figure che troppo spesso vengono confuse: l’influencer e il testimone. L’influencer costruisce visibilità. Il testimone costruisce credibilità. L’influencer ottimizza la propria presenza per l’algoritmo. Il testimone orienta la propria vita verso altro e poi la racconta onestamente, con tutti i suoi ritardi e le sue contraddizioni. L’influencer misura il successo in termini quantitativi. Il testimone misura il successo in termini di autenticità della relazione.

La distinzione non è nuova: già Paolo VI ricordava che «l’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri». Ma nell’epoca digitale assume una concretezza nuova, perché la cultura delle piattaforme tende precisamente a trasformare i testimoni in influencer, a ridurre la testimonianza a personal branding spirituale, a convertire l’incontro con il Vangelo in contenuto «performabile». Resistere a questa conversione, mantenere la distinzione tra visibilità e credibilità, tra engagement e comunione, è il compito specificamente pastorale di questo tempo.

Ma la distinzione tra influencer e testimone, per quanto necessaria, non è ancora sufficiente. Porta al limite giusto, ma si ferma lì. Il problema è che anche la figura del testimone presuppone implicitamente una certa neutralità del mezzo che oggi non possiamo più dare per scontata. Il testimone porta autenticità in un ambiente che però non la trasmette intatta: la trasforma, la seleziona, la amplifica o la sopprime secondo logiche che non dipendono dalla qualità di ciò che viene detto. Come Bruno Latour ha mostrato, i media non sono intermediari trasparenti ma mediatori attivi che trasformano ciò che li attraversa.[1] E questa trasformazione riguarda non solo i contenuti, ma i soggetti stessi che li producono e li ricevono.

Serve dunque una figura più precisa. Quella che propongo di chiamare il Battista digitale — con riferimento esplicito alla figura evangelica di Giovanni — non è alternativa al testimone ma un passo ulteriore.[2] Giovanni Battista non è la luce, ma la prepara. Non sta nel Tempio, ma nel deserto, dove la vita accade. La sua autorità non viene da un’istituzione ma da una vocazione vissuta con coerenza radicale. E conosce il territorio che attraversa: sa dove si trovano le persone, come raggiungerle, quali ostacoli sgomberare. Quando arriva Chi lo supera, sa farsi da parte. «Bisogna che egli cresca e che io diminuisca» (Gv 3,30). È forse la dichiarazione di identità più lucida di tutto il Nuovo Testamento, e descrive esattamente la funzione che stiamo cercando di nominare.

Trasposto nel contesto digitale contemporaneo, questo significa che non basta essere autentici: bisogna sapere come funziona l’ambiente in cui si opera dall’interno. Comprendere le logiche con cui certi contenuti si amplificano e altri scompaiono. Riconoscere i meccanismi attraverso cui le piattaforme costruiscono appartenenze collettive e attivano reazioni emotive. Usare questa conoscenza non per adattarsi a quelle logiche, ma per presidiarle, per creare le condizioni in cui l’incontro con il Vangelo possa avvenire in profondità, nella storia reale della persona, non nella sua simulazione algoritmica. Il Battista digitale coniuga il radicamento battesimale — fondamento irrinunciabile che la tradizione cristiana ci ha consegnato — con la competenza tecnica necessaria a muoversi in un ambiente che trasforma ciò che lo attraversa. La competenza tecnica non è un accessorio della missione: è parte costitutiva di essa, esattamente come la competenza nel mondo del lavoro e nella vita civile è parte costitutiva di quella vocazione laicale che il Concilio Vaticano II aveva descritto con la categoria dell’indole secolare.

Questo non significa che ogni presenza digitale sia sbagliata. Significa che va ripensata con categorie diverse da quelle che le piattaforme suggeriscono.

Il Battista digitale non ha necessariamente un volto unico. È la comunità che usa i social per tenere i contatti tra persone che già si incontrano fisicamente: fa un uso strumentalmente corretto del mezzo, senza delegargli ciò che solo la relazione incarnata può fare. È il catechista che pubblica una riflessione breve e onesta senza ottimizzarla per l’algoritmo, senza inseguire le visualizzazioni: porta in rete la densità di un’esistenza orientata dalla fede, non un prodotto costruito per il consenso. È il sacerdote che risponde ai commenti con la stessa cura con cui risponde alle persone in sacrestia: trasforma la piattaforma in luogo di relazione reale, non in amplificatore di sé.

Il discrimine non è lo strumento, ma il criterio. La domanda che ogni operatore pastorale dovrebbe porsi non è «come posso crescere sui social?», ma «questa presenza digitale genera vita comunitaria reale o la sostituisce? Porta le persone verso un incontro più profondo con il Vangelo e con la comunità o le tiene soddisfatte di una prossimità virtuale che non chiede nulla?».

Se la risposta è onesta, molte scelte cambieranno. Forse si pubblicherà di meno, ci si curerà meno dei numeri e si scoprirà che il tempo investito nella relazione concreta con le persone che vivono a cinquecento metri dalla canonica non è alternativo alla presenza digitale: ne è il fondamento.

La Chiesa ha attraversato rivoluzioni comunicative enormi: la stampa di Gutenberg, la radio, la televisione. Ogni volta ha imparato, con fatica, a usare il mezzo senza esserne usata. Ogni volta ha dovuto discernere cosa si trasmette del Vangelo attraverso il nuovo medium e cosa invece rischia di perdersi nella traduzione. Con il digitale non è diverso. Ma la posta in gioco è forse più alta, perché le piattaforme non sono solo canali di distribuzione: sono ambienti che rimodellano le aspettative, i desideri, le modalità di relazione delle persone a cui vogliamo annunciare qualcosa. Non basta usarle bene. Bisogna capirle a fondo per poterle abitare senza essere abitati da loro.

Il primo passo è smettere di misurare il successo dell’evangelizzazione con i criteri dell’algoritmo. Il secondo è formare persone capaci di abitare il digitale senza esserne abitate: non ingenue rispetto alle logiche che governano le piattaforme, non cedute a esse, ma padrone di una competenza che mettono al servizio di qualcosa che le supera. Il Battista digitale non nasce spontaneamente: richiede comunità che lo formino, strutture che gli facciano spazio, una Chiesa disposta a riconoscere che la comprensione degli ambienti algoritmici è, nell’epoca in cui viviamo, parte dell’indole secolare del laico che il Concilio aveva già descritto.

Sono queste le forme di testimonianza che nessuna piattaforma può ottimizzare e che per questo hanno ancora tutto il loro potere.


[1] B. Latour, Reassembling the Social: An Introduction to Actor-Network Theory, Oxford University Press, Oxford 2005 (trad. it. Riassemblare il sociale. Un’introduzione alla teoria dell’attore-rete, Meltemi, Milano 2022). La distinzione tra media come intermediari — che trasportano il significato senza alterarlo — e media come mediatori — che trasformano, traducono, distorcono e modificano il significato che veicolano — è uno dei cardini della teoria dell’attore-rete. Nel contesto della comunicazione ecclesiale, la distinzione è ripresa da D. E. Viganò, L’illusione di un mondo interconnesso, EDB, Bologna 2022.

[2] La figura del Battista digitale è sviluppata in modo sistematico in E. Mattei, Il Battista digitale. Superare influencer e missionari, (di prossima pubblicazione), con prefazione di D. E. Viganò.

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