Mentre il teologo Stephen Cutchins, su “Christian Daily International” sollecita a “smettere di cercare la voce di Dio nell’intelligenza artificiale”, su “Blockchain Council” Michael Willson tenta di spiegare “cosa succede se digiti Dio in un prompt dell’intelligenza artificiale” e l’EWTN (Eternal Word Television Network) tenta di rispondere alla domanda: “Chi risponde quando chiediamo all’IA di Dio?”.
Il teologo Stephen Cutchins, riflettendo sull’uso frequente di porre domande religiose all’IA, definisce questo gesto “inaspettatamente rivelatore”. Di cosa? Non tanto dell’invasività dello sviluppo tecnologico, quanto “del fallimento teologico e della sua crisi di formazione”. Sottolineare infatti che “l’IA fallisce nella fede non coglie il punto. L’IA non sta erodendo la fede; sta solo riflettendo la fragilità della fede nella cultura che l’ha formata”, laddove infatti la società ha investito in produttività ed efficienza i risultati sono eccellenti. Siccome l’IA restituisce il modo più comune di trattare le questioni sul web, il fatto che sulle domande riguardanti la fede non riesca a fornire risposte soddisfacenti significa solo che il patrimonio da cui attinge non è soddisfacente. Se “i sistemi addestrati sul nostro linguaggio culturale fanno fatica a modellare la fede in modo significativo”, significa che è il nostro linguaggio culturale intorno alla fede che fa fatica a esprimersi in maniera significativa. Il problema non è tanto il nostro porre domande alle macchine, ma il constatare che “la fede è diventata così difficile da modellare”.
L’informatico Michael Willson, da parte sua, illustra cosa accade tecnicamente “quando qualcuno digita ‘Dio’in un prompt di intelligenza artificiale”, assicurando subito che è arduo aspettarsi che “accada qualcosa di mistico”. Il concetto fondamentale, nonché ovvio, è che “l’IA non ha credenze, intenti o comprensione spirituale. Predice il linguaggio e le immagini in base a modelli che ha visto”. Non ci sono “suggerimenti da parte di Dio”.
Muovendosi da dietro le quinte, l’autore spiega che “quando si formulano domande su Dio a un chatbot, il risultato tende a seguire una struttura prevedibile: presenta solitamente prospettive multiple, che spesso includono visioni religiose, interpretazioni filosofiche, simbolismo psicologico e significati metaforici; evita di assumere una posizione univoca e spesso conclude invitando l’utente a riflettere o condividere le proprie convinzioni”. Mentre alcuni utenti descrivono la risposta come ponderata o profonda, quelli più esperti notano subito che la risposta riflette il linguaggio, il tono e i presupposti con cui la domanda è posta. È come se l’IA riorganizzasse le parole già incontrate nella domanda in modo da corrispondere all’inquadratura dell’utente. Il modello riflette l’input più di quanto riveli la verità di una risposta. Dopo aver spiegato in breve alcuni meccanismi dietro i generatori di immagini quando si sollecitano a raffigurare Dio, l’autore si sofferma sul blocco di alcune domande relativi a Dio. “La religione è considerata una categoria sensibile in molti sistemi di IA. Non perché la parola in sé sia vietata, ma perché può sovrapporsi a contenuti che potrebbero offendere, stereotipare o prendere di mira determinati sistemi di credenze. In alcuni casi, il sistema riscrive il prompt in background. Questo può causare una discrepanza tra ciò che l’utente ha digitato e ciò che il modello ha effettivamente generato. Questo comportamento spesso sembra incoerente, ma solitamente è il risultato di filtri di sicurezza automatici che cercano di ridurre il rischio anziché censurare le convinzioni”.
La conclusione è schietta: “è utile essere molto chiari. Se digitiamo ‘Dio’ in un prompt dell’IA non si scopre un’intelligenza nascosta o una visione spirituale. Si scopre come l’IA predice il significato di una delle parole più sovraccariche del linguaggio umano. Per i principianti, questa è in realtà una lezione utile. Una volta compreso questo, si smette di testare l’IA per il mistero e si inizia a usarla per ciò che sa fare meglio: strutturare idee, esplorare prospettive e aiutare gli esseri umani a pensare in modo più chiaro, anziché sostituire convinzioni, giudizi o significati”.
EWTN, dinanzi a questa tendenza, ha evidenziato l’utilità di Magisterium AI, una piattaforma cattolica basata sui documenti del Magistero della Chiesa e ha colloquiato con il suo fondatore e CEO Matthew Sanders. Sanders mette in evidenza la differenza di Magisterium AI dagli altri modelli di IA: “posso assicurarvi che la funzione primaria dei modelli secolari non è la fedeltà al Magistero, che, invece, è proprio la funzione di Magisterium AI”. Sanders mette in guardia: “non fidatevi mai di ciò che dice un’IA. Dovremmo sempre assicurarci che si basi su qualcosa che la Chiesa ha formalmente affermato o su un Padre o un Dottore della Chiesa”. Dice ancora: “l’IA non dovrebbe ricorrere ai propri dati parametrici, ma basarsi sui documenti originali, altrimenti si causano false percezioni”. Per “alimentare” Magisterium AI occorre digitalizzare quanti più testi cattolici possibile, un’attività che è in via di elaborazione. Qui sta anche l’impegno dei cristiani: “se permettiamo all’elite tecnocratica di determinare l’utilizzo della tecnologia, la civiltà potrebbe capitolare; se si prendono ora le decisioni giuste, abbiamo la possibilità di inaugurare una vera età dell’oro per l’umanità”.







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