AI Imago Dei Digitale

Riflessioni in Contrasto: Quando il Digitale Interroga il Reale

Nella sezione Portaparola di Avvenire del 21 ottobre 2025, sono stati ospitati i commenti di Massimiliano Padula e Luca Peyron sul nr. 33 del Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia. Viviamo immersi in un flusso costante di informazioni, dove il confine tra verità e percezione si fa sempre più sottile. In questo post, proponiamo tre riflessioni: quelle di Peyron e Padula da Avvenire , che evidenziano la crisi della fiducia e il potere dei social media, e una terza, di Edoardo Mattei, che le mette in discussione invitando a un pensiero critico. Un invito a non accettare passivamente le narrazioni dominanti, ma a interrogarsi sul ruolo del digitale nel plasmare la realtà.


Dal tempo dell’ascolto alla creatività:
tutta la pastorale cerca “terre nuove”

Massimiliano Padula – Sociologo dei media
Università Lateranense

Uno dei significati più attraenti della comunicazione è sintetizzato nella parola “ascolto”. Rimanda all’accoglienza, al far sentire importante l’interlocutore, a esplicitare il proprio servizio in un’ottica condivisa e mai pregiudiziale. È quello che hanno fatto le Chiese in Italia in questi ultimi 4 anni: si sono messe in cammino, hanno ascoltato senza pretese di superiorità, con la sola preoccupazione di accogliere il Vangelo e annunciarlo al mondo. Un annuncio che si concretizza anche negli spazi digitali, come indicato al numero 33 del Documento di sintesi del Sinodo italiano.

Dalla lettura di queste poche righe emerge chiaramente la volontà di una ricerca: quella di scoprire «terre nuove », parlando «linguaggi rinnovati», «abitando tutti gli ambienti di vita in cui si svolge l’esistenza delle persone, compreso quello digitale che richiede una formazione adeguata». Sono tutte espressioni e intenzioni feconde che necessitano di un ulteriore approfondimento, soprattutto in vista dei prossimi appuntamenti del Cammino sinodale: il voto del 25 ottobre, l’Assemblea generale di novembre e, in ultimo, la definizione da parte dell’episcopato italiano delle prospettive pastorali che accompagneranno le realtà ecclesiali nei prossimi anni.

Anzitutto è bene chiedersi cosa sia il digitale. Superata la prospettiva strumentale, la tendenza generale è quella di considerarlo un ambiente: i media non sono soltanto strumenti da usare, ma territori da abitare e vivere. Possono influenzare la vita delle persone, ma sono altresì luoghi di creatività ed evangelizzazione.

Tuttavia, accanto a queste due prospettive, ne emerge una terza: quella antropologica. I media si umanizzano sempre più per due motivi: uno quantitativo (poco meno del 70% della popolazione mondiale è connessa e ha una identità sui social media) e l’altro qualitativo, perché essi sono proiezioni del sé e del noi, dispositivi relazionali e conoscitivi, apparati culturali, soddisfattori di bisogni, opportunità di gioia o generatori di oscurità. Per questo motivo, creare «équipe ad hoc» solo per il digitale – come viene indicato nel Documento – potrebbe alimentare una certa autoreferenzialità. Si rischierebbe di non comprendere che la connettività attraversa tutti gli ambiti della pastorale perché riguarda i giovani, la famiglia, la scuola, la catechesi, la liturgia, la carità, il clero e la vita consacrata, le comunicazioni sociali. E tutti coloro che compiono azioni come Chiesa e nella Chiesa, per favorire l’incontro con Dio alla luce dell’incarnazione in determinati contesti. Che oggi sono anche (e sempre più) i luoghi online. Ben vengano, dunque, équipe di coordinamento, a patto che non si configurino come spazi (da occupare) ma come processi (da attivare), capaci di aiutare a rompere barriere culturali e a far comprendere l’essenza di ciò che per la Chiesa dovrebbero essere i media: non esclusive e statiche iniziative pastorali, ma fonti dinamiche e inesauribili di umanità, lieviti di pace e di speranza.

L’auspicio, quindi, è accantonare la tentazione di irrigidire le prassi ecclesiali in schemi formali, favorendo percorsi che accolgano il digitale come primo “ministero della trasversalità ecclesiale”, ossia come una dimensione onnicomprensiva e adattabile in grado di rinnovare una pastorale che deve sempre più integrarsi e far convergere i propri temi alla luce della crescente complessità del contemporaneo.


«Con l’Apostolato digitale nell’era degli idoli parlanti»

 Luca Peyron

Non una cosa in più da fare. Spesso quando un documento della Chiesa individua un’istanza la reazione – comprensibile – di chi legge e ha responsabilità ecclesiali è quella di essere anche interessato, ma poi deve fare i conti con tempi, tempo, spazio, risorse, fatiche e una grande quantità di questioni già aperte che scoraggiano nell’aprirne di nuove. Nel novembre del 2019, prima che la pandemia rendesse il digitale compagno indispensabile – nel bene e nel male – di ogni famiglia e di ogni persona, anche la più refrattaria, nasce nell’Arcidiocesi di Torino il Servizio per l’Apostolato digitale. Il documento finale del Sinodo e l’esortazione di papa Francesco rivolta ai giovani dava questa indicazione: «L’ambiente digitale rappresenta per la Chiesa una sfida su molteplici livelli; è imprescindibile quindi approfondire la conoscenza delle sue dinamiche e la sua portata dal punto di vista antropologico ed etico. Esso richiede non solo di abitarlo e di promuovere le sue potenzialità comunicative in vista dell’annuncio cristiano, ma anche di impregnare di Vangelo le sue culture e le sue dinamiche». Non qualcosa in più da fare, ma la presa di coscienza che la rivoluzione digitale stava diventando l’ambiente in cui viviamo, annunciamo il Vangelo, speriamo, nasciamo e moriamo.

Un segno dei tempi che tocca tutto e tutti: dalla scuola al lavoro, dalla fede alla formazione di una identità personale. Un servizio: non un ufficio, un incarico in più per qualcuno, una cosa in più da fare in una diocesi e a cascata nelle comunità. Non è chi si occupa del sito o dei social media, non è chi spiega come funziona Zoom o come usare il cellulare.

L’Apostolato digitale è innanzitutto pensare, mettere insieme chi pensa e ripensa modi, atteggiamenti, impatti, sollecitudini, cambiamenti. Ad intra rispetto al nostro mondo e in dialogo con il mondo, ad extra, per animare, in quel mondo, una corsa al progresso che non solo non dimentichi l’umano, ma che faccia dell’umano il più importante degli obiettivi e dei criteri. La catechesi a un nativo digitale non può che cambiare, la pastorale sociale incontra un mondo del lavoro rivoluzionato, scuola e università non sono e non saranno più le stesse. Le domande fondamentali della vita, a partire dalla vocazione, incontrano menti e atteggiamenti profondamente mutati da quando ci sono macchine che danno risposte a ogni domanda in lampi cibernetici. Credere è diverso da quando gli idoli non sono più muti ma parlano, e pure molto bene. In tutte le lingue della Pentecoste e oltre. L’incarnazione, da quando i mondi sono virtuali, racconta di un rapporto diverso tra carne e spirito. Non nella sostanza ma nella percezione, nel vissuto, nello sperato.

E l’incarnazione è proprio nel vissuto che colloca il Logos. Condividere codici di salvezza è il motto dell’Apostolato digitale, consapevoli che il codice dei codici, la Scrittura, è vetera ma anche nova, e ha bisogno di scribi che si mettano a servizio. Non un carico in più per qualcuno ma un’occasione bella per convocare altri con cui entrare in dialogo, a servizio della pienezza dell’umano, e dunque del divino, al tempo delle macchine intelligenti.


L’onlife e la Chiesa: abitare un solo mondo con la forza della verità

Edoardo Mattei

Nel Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia si parla di ambiente digitale come di un nuovo spazio da abitare pastoralmente. La riflessione più recente, tanto filosofica quanto sociologica, mostra che l’idea di un ambiente digitale distinto da quello analogico appartiene ormai a una stagione superata. Viviamo nell’onlife: una condizione in cui vita reale e vita in rete si sono fuse in un unico ecosistema dal quale nessuno può realisticamente sottrarsi. Non si tratta più di convivere con il digitale, ma di vivere dentro il digitale. È possibile vivere, lavorare, comunicare, studiare o pregare senza attraversare dispositivi e piattaforme? La risposta è evidente. La tecnologia, non più semplice mezzo, diventa l’ambiente stesso della nostra esperienza.

Questa fusione radicale porta con sé un rischio: se tutto diventa un unico ambiente, allora tutto si equivale. L’onlife tende a dissolvere le distinzioni che fondano la conoscenza e la convivenza: tra originale e copia, tra vero e falso, tra autorità e incompetenza. La logica della rete, dominata da algoritmi e viralità, confonde spesso la competenza con la popolarità, la testimonianza con l’opinione, la parola autorevole con il clamore momentaneo.

Da questa tensione nasce una delle debolezze del documento sinodale: esso riconosce la necessità di abitare il digitale, ma non sembra assumere fino in fondo che siamo già interamente immersi nell’onlife. Non si tratta più di andare nel digitale, ma di riconoscere che è lì che già viviamo, pensiamo, crediamo. Ne consegue che tutta l’azione ecclesiale deve rinnovarsi a partire da questa consapevolezza: catechesi, pastorale, comunicazione e perfino teologia non possono più presupporre un fuori digitale, perché non esiste più un mondo separato.

Il Vangelo non si annuncia in un vuoto digitale, ma dentro un mondo che ha già espresso il suo giudizio sulla Chiesa e sul messaggio evangelico, spesso liquidati come irrilevanti per la vita pubblica o sospettati di autoritarismo. Il digitale non costituisce una cultura altra, ma il riflesso e la manifestazione della cultura stessa in cui tutti viviamo. È lo specchio amplificato delle sue tensioni, delle sue speranze, delle sue ferite. Non esiste un web contrapposto al reale: esiste un unico spazio umano dove la fede e l’incredulità, la ricerca e l’indifferenza si esprimono con nuovi linguaggi. La missione della Chiesa, allora, non è portare Cristo in un mondo che ne sarebbe privo, ma riconoscere e mostrare la sua presenza già operante là dove l’uomo vive, comunica e costruisce senso, anche attraverso la rete.

Pensare di raggiungere i lontani attraverso équipe per la pastorale digitale significa fraintendere sia la natura dell’onlife sia le dinamiche della trasmissione della fede. In chiesa vanno le stesse persone che troviamo attive nel digitale; chi è lontano o ostile al messaggio ecclesiale resta tale in entrambe le dimensioni. Non esiste un pubblico digitale vergine da evangelizzare: esistono persone concrete, che la Chiesa incontra o perde nello stesso spazio di vita.

La radice del problema è più profonda: il documento sinodale, pur ricco di intuizioni pastorali, evita ogni confronto con la questione della verità oggettiva. Nell’onlife, dove la manipolazione dell’informazione è sistemica e la distinzione tra reale e virtuale si sfuma, la Chiesa non può limitarsi a raccontare la bellezza del Vangelo o a contrastare fake news’ deve avere il coraggio di una visione metafisica del reale.

Viviamo in un tempo che ha un urgente bisogno di criteri per distinguere ciò che illumina da ciò che confonde. In un universo comunicativo saturo di messaggi, la verità rischia di ridursi a percezione, la fede a sensazione, la morale a preferenza personale. Di fronte a questo smarrimento, la Chiesa è chiamata a compiere un gesto di lucidità culturale e teologica: ristabilire le categorie di verità e fallacia, ridare spessore ontologico al discernimento, proporre con coraggio una visione dell’essere.

Senza un riferimento metafisico, ogni discorso – anche quello della fede – si dissolve nel soggettivo. La Chiesa non deve temere di riproporre una metafisica, perché solo una verità che esiste indipendentemente da noi può salvare la libertà dell’uomo immerso nell’onlife.

La sfida non è, dunque, essere presenti nel digitale, ma abitare l’unico mondo che abbiamo con una parola che non si perda nel rumore: la parola del Vangelo, che continua a distinguere, illuminare e liberare.

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