È interessante anche invertire la direzione dei giudizi: cosa la Chiesa pensa dell’IA e della tecnologia, ma anche come i tecnologi, o coloro che sono esperti nell’ambito della tecnologia, percepiscono le riflessioni di teologia della tecnologia.
A questo proposito Trascendente Digitale propone una recente considerazione dalla redazione di TNW (The Next Web)-The heart of tech, uno degli spazi più culturali di tecnologia globale. Anche solo per propiziare occasioni di ascolto.
Il sacro e la Silicon Valley
Perché il divieto dell’intelligenza artificiale nelle omelie imposto dal Vaticano rivela più ansie che teologia
Se c’è una cosa che non mi sarei mai aspettato di leggere, è l’opinione del Papa sull’intelligenza artificiale e sul suo utilizzo all’interno della Chiesa. Quindi, quando Papa Leone XIV ha consigliato ai sacerdoti della sua diocesi di non affidare le omelie all’intelligenza artificiale, l’indicazione è sembrata quasi un bollettino parrocchiale sospeso tra due mondi. Solo che non era un bollettino parrocchiale.
È stato il leader della più antica istituzione al mondo ancora in attività a tracciare una linea di demarcazione tra la fede umana e la produzione delle macchine, e lo ha fatto con un sermone che avrebbe potuto benissimo essere pronunciato nel linguaggio di una presentazione di una startup.
A prima vista, questa direttiva sembra semplice: non lasciate che un chatbot scriva le vostre riflessioni domenicali. Vatican News ha riportato le parole del Papa come un orientamento pastorale espresso in dialogo con il clero della diocesi di Roma, che mette in guardia contro la tentazione di “preparare omelie con l’intelligenza artificiale” e ricorda ai sacerdoti che l’intelligenza umana ha bisogno di essere esercitata.
Eppure, sotto la superficie di questa cronaca neutrale, si cela una tensione più acuta: non si tratta semplicemente di contare le parole in latino, italiano o inglese. Si tratta di chi ha il potere di plasmare il significato in un’epoca in cui gli algoritmi pretendono di comprendere ogni cosa, dalla fisica alla pietà.
Al centro della posizione del Vaticano c’è l’antropologia teologica: l’intelligenza artificiale, insiste il Papa, “non sarà mai in grado di condividere la fede”. Questa è più di una semplice preferenza pastorale; è un rifiuto categorico dell’idea che un sistema non senziente possa partecipare alla trasmissione esperienziale e spirituale della fede.
Questa posizione non è assurda di per sé. Nella teologia cattolica, la fede non è solo informazione; è relazionale, incarnazionale e comunitaria. Un’omelia è più che retorica.
Si tratta di un atto di presenza, di qualcuno che parla a una congregazione attingendo al proprio percorso spirituale, alla propria lotta con il dubbio e la speranza. Questa dinamica non può essere ridotta a previsioni e a una mera manipolazione dei messaggi.
Ma ecco la parte curiosa: il Vaticano non è tecnologicamente arretrato. La Chiesa ha recentemente adottato strumenti basati sull’intelligenza artificiale per tradurre testi liturgici in ben 60 lingue in tempo reale, riconoscendo che la comunicazione assistita dalla macchina può essere al servizio della missione globale.
Eppure, subito dopo, traccia un confine stranamente sottile: la macchina può interpretare il linguaggio, ma non può ispirare l’adorazione.
Sorge quindi spontanea la domanda: si tratta di una convinzione teologica o di un istinto di autoconservazione istituzionale?
La tradizione, quel vasto patrimonio di riti, concili e pratiche codificate, non reagisce bene alle interruzioni. La Chiesa ha assorbito in passato cambiamenti epocali: la stampa, la radio, la televisione e, in seguito, l’era di internet. Il decreto Inter Mirifica del Concilio Vaticano II si è rivolto ai nuovi mezzi di comunicazione non con un rifiuto, ma con un invito a utilizzarli con saggezza.
Il recente divieto papale delle omelie generate dall’intelligenza artificiale, al contrario, appare reattivo. Sembra un tentativo di contenere un fenomeno non solo sconosciuto, ma comprensibile solo in termini laici : algoritmi che assumono ruoli un tempo ricoperti da voci guidate e cuori addestrati.
Ciò che colpisce, e ironicamente moderno, è la paura che si cela dietro le parole. Il Papa non si limita a dire “tenete l’IA fuori dalla cura pastorale”. Mette anche in guardia contro il culto delle metriche, la convinzione che accumulare like e follower sui social media abbia un valore spirituale. La preoccupazione ecclesiale per la vanità è antica, ma esprimerla in termini di popolarità su TikTok è decisamente tipico del XXI secolo.
In questo senso, il discorso appare meno come teologia morale e più come un’autoconsapevolezza istituzionale. La Chiesa osserva in tempo reale la velocità con cui si diffondono l’intelligenza artificiale e la cultura di internet, e non vuole che i suoi ministri si facciano illusioni su cosa costituisca una relazione autentica e una fede reale.
La dichiarazione del Papa secondo cui l’intelligenza artificiale “non sarà mai in grado di condividere la fede” è al tempo stesso una solida affermazione dell’unicità umana e un’espressione rivelatrice di una più profonda ansia riguardo a ciò che l’IA potrebbe fare. Se l’IA continuerà a progredire, e ci sono pochi motivi per credere che non lo farà, si troverà sempre più all’incrocio tra conoscenza, linguaggio e quella che sembra essere una sorta di imitazione relazionale.
L’intelligenza artificiale potrebbe non avere fede, ma potrebbe presto simularne una versione che risulti convincente per molti. Esistono già sermoni generati dall’IA, deepfake papali e interi feed social dedicati a saggezze spirituali attribuite erroneamente.
La riluttanza della Chiesa non è solo prudenza dottrinale; è una difesa preventiva contro la disinformazione mascherata da rivelazione. Discernere l’autentica e genuina cura pastorale dalle congetture algoritmiche potrebbe diventare una delle principali sfide etiche di questo secolo. Il linguaggio attualmente utilizzato dal Vaticano, secondo cui l’intelligenza artificiale “non sarà mai in grado di condividere la fede”, funziona meno come un ponte e più come una barricata.
Cristianesimo e Macchina: una coesistenza difficile
Chiedersi quanto sia cristiano per l’intelligenza artificiale entrare negli spazi sacri significa confondere due questioni distinte: l’IA può potenziare la pratica religiosa? E all’IA dovrebbero essere affidate funzioni spirituali fondamentali? Su quest’ultima, la risposta della Chiesa è chiara: no.
Ma questa riluttanza rivela anche un disagio più profondo riguardo a come si costruisce l’autorità in una cultura in cui le persone a volte si fidano più facilmente delle macchine che delle istituzioni, e forse persino più che le une delle altre.
Il cristianesimo, in fondo, non si basa sulla trasmissione di informazioni; si basa sull’incarnazione, su Dio che si fa carne, non sui dati. Teologicamente, l’intelligenza artificiale non può partecipare a questa narrazione perché è priva di coscienza, interiorità, capacità di giudizio morale o della profondità dell’incontro esistenziale che definisce la fede.
Qui si cela un paradosso storico. Un tempo la Chiesa era all’avanguardia nell’alfabetizzazione, negli scriptoria e nella conservazione del sapere. Le comunità monastiche erano centri tecnologici medievali. E ora l’istituzione che un tempo custodiva i testi si preoccupa di un nuovo strumento che potrebbe democratizzare l’accesso a molti di quei testi e a quelle conoscenze che essa stessa protegge.
Questo contesto è importante perché il più ampio impegno del Vaticano nei confronti dell’IA non si limita a un semplice rifiuto. Nella sua nota dottrinale Antiqua et Nova , la Chiesa ha esplorato le sfide etiche e antropologiche poste dall’IA, insistendo sul fatto che i sistemi artificiali dovrebbero integrare l’intelligenza umana anziché sostituirla, tutelare la dignità umana e promuovere lo sviluppo integrale della persona umana.
Eppure, quando la Chiesa dice “no” alle omelie basate sull’intelligenza artificiale, in realtà sta dicendo: la fede si manifesta nella carne e nel sangue, non nel codice. Si tratta di un’affermazione teologica difendibile. Ma appare anche, in modo alquanto inquietante, come un tentativo di mantenere la costruzione del significato all’interno di un’istituzione plasmata per un mondo senza internet.
La vera sfida per il cristianesimo nell’era dell’intelligenza artificiale non sarà se i robot saranno in grado di predicare sermoni, bensì se gli esseri umani, plasmati da schermi, social media e suggestioni algoritmiche, rimarranno capaci di discernere ciò che è reale nella loro ricerca di speranza, connessione e trascendenza.
In tal senso, anche il Vaticano sembra riconoscere che la lotta non consiste nel proteggere il sacro dal profano , ma nel mantenere viva la fede in un mondo in cui la certezza è un lusso e il significato è negoziabile. In un’epoca in cui la tecnologia minaccia di appianare l’interiorità, il rifiuto della Chiesa di delegare ciò che è essenzialmente umano, l’atto di testimoniare, non è solo resistenza teologica.
È un promemoria del fatto che la fede non è una merce e non può essere fabbricata. Per quanto convincente possa essere la simulazione, ciò che conta non è ciò che la macchina può produrre, ma ciò che gli esseri umani scelgono di dare e ricevere come un incontro autentico.
(traduzione automatica del testo di Ana-Maria Stanciuc. Originale in https://thenextweb.com/news/opinion-the-sacred-and-the-silicon-valley)








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