Tood IA goes Church
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QUANDO L’IA VA IN CHIESA. CONVERSAZIONE CON TODD KORPI

Todd Korpi è un giovane missiologo con un’attenzione privilegiata nei confronti della tecnologia e del suo significato teologico. Direttore Missionario presso il Fuller Theological Seminary e Preside del programma di Ministero Digitale presso l’Ascent College, ha recentemente pubblicato AI Goes to Church: Pastoral Wisdom for Artificial Intelligence (InterVarsity Press, Downers Grove, IL 2025, pp. 240), un libro che poggia saldamente sulla Tradizione per guardare con speranza al presente e al futuro.

Todd si è reso gentilmente disponibile a un’intervista.

Gentile Todd, il tuo libro sembra emanare un qualche effetto liberatorio nel parlare teologicamente di IA. I discorsi sull’IA in ambito teologico iniziano quasi sempre con un breve dovuto riconoscimento agli apporti benefici della tecnologia nella nostra vita, per poi porre un gigantesco ‘però’, che dà sfogo a un profluvio di pericoli, minacce, catastrofi apocalittiche che l’IA si porterebbe dietro. Il tuo libro non sembra così, è vero?

Uno dei motivi per cui ho scritto AI Goes to Church è perché io credo che sia necessario andare oltre una riflessione sulla tecnologia centrata esclusivamente sui suoi potenziali pericoli. Questi aspetti sono importanti, ma il Popolo di Dio è chiamato anche a interrogarsi su come vivere fedelmente in un mondo che è già profondamente plasmato dall’intelligenza artificiale.

Anche chi non utilizza strumenti popolari come ChatGPT probabilmente fa già uso dell’IA senza rendersene conto. Quando scegliamo un film sulle piattaforme di streaming, utilizziamo il GPS del telefono, o scorriamo i contenuti dei social media, stiamo interagendo con l’IA. L’IA ci influenza in ciò che acquistiamo, nei media che guardiamo e persino nella nostra visione del mondo. La questione, dunque, non è semplicemente stabilire se l’IA sia “buona” o “cattiva”: in realtà è entrambe le cose, e in un certo senso nessuna delle due. La vera domanda è: come posso continuare a vivere la mia fede, davanti a Dio e agli altri, in questo momento storico segnato dall’intelligenza artificiale?

Così nel libro non mi concentro molto sulle applicazioni pratiche dell’IA (pur affrontandole in certe parti), piuttosto sulle diverse dimensioni della vita cristiana, cercando di discernere quali opportunità e quali sfide l’IA presenti, e quale dovrebbero essere le nostre risposte. Ho cercato di aiutare i sacerdoti ad anticipare problemi pastorali che emergeranno nelle loro comunità, i genitori a comprendere come educare i figli in un tempo di profonda trasformazione, gli educatori a preparare gli studenti per un futuro in cui l’IA avrà un ruolo sempre più pervasivo. Spero almeno di avviare una considerazione seria su cosa significhi essere il Popolo di Dio nell’epoca dell’intelligenza artificiale.

Hai una visione originale sull’impatto dell’IA sul mondo del lavoro. La reazione comune e popolare quando si parla di Ia e lavoro è: “santi numi, l’Ia ci porterà via il lavoro e moriremo tutti di fame per la disoccupazione!”. Ed è una reazione guidata dall’idea che il lavoro, oltre che i soldi, dia dignità all’uomo, lo nobiliti, e così via. Tu lasci intravedere che ci sono occupazioni molto più umane e divine rispetto a lavorare otto ore in una fabbrica o in una cassa del supermercato. Ciò naturalmente implica che i concetti di ‘lavoro’ e di ‘distribuzione della ricchezza’ vengano disgiunti. Puoi chiarire il concetto?

Nei capitoli 1–3 della Genesi, leggiamo “lavoro” e “fatica” come parti separate della vita umana. Il lavoro fu dato da Dio ad Adamo ed Eva in Genesi 1, 27-28 e collegato con lo scopo per cui furono creati. La fatica invece non entra nella loro vita fino alla ribellione di Genesi 3. Il lavoro per cui fummo creati era collegato al nostro scopo: fecondità, prosperità, bellezza e capacità di dare senso al mondo per la gloria di Dio.

Come cristiani crediamo che la morte e la risurrezione di Cristo abbiano inaugurato la grande inversione del corso di Genesi 3, che si compirà pienamente nella nuova creazione. Papa Giovanni Paolo II ha ricordato con parole memorabili: «Siamo un popolo pasquale e l’Alleluia è il nostro canto». Queste parole ci chiamano a vivere alla luce della risurrezione, perfino quando soffriamo e fatichiamo qui e ora.  Così, mentre dobbiamo ancora lavorare per la nostra sussistenza, dobbiamo farlo riconoscendo che la vocazione a cui Dio ci ha veramente chiamato è il generare significato e bellezza nella nostra vita per glorificarLo nel mondo che ci circonda.

Nel libro sottolineo che la tecnologia promette sì di alleggerire la fatica, ma spesso finisce per esigere di più dalle nostre vite: ritmi più accelerati, minor contatto umano, maggiore complessità da gestire. Se non esercitiamo discernimento, la tecnologia può, nei fatti, causare più fatica, anziché alleviarla.

Henry David Thoreau scriveva in Walden: «Il prezzo di ogni cosa è la quantità di vita che si scambia per essa». Il Popolo di Dio deve iniziare a considerare il vero costo delle cose non in termini di denaro, ma nei termini della quantità di tempo e di energia che esse richiedono alla nostra vita.

Se guardiamo al lavoro in questo modo, cominciamo a vedere che chi guadagna meno, ma riesce a provvedere ai bisogni essenziali avendo tempo libero ed energie per le relazioni e il pensiero, è più ricco di chi possiede tutto tranne la libertà, che nasce dalla semplicità e dalla bellezza.

L’IA ci promette più tempo libero, ma in realtà ha già accelerato il ritmo dell’esistenza di molti. La scelta è nostra: vivere più in fretta e con maggiore fatica, o usare quel po’ di vita ed energia salvata grazie all’IA per reinvestirla in cose che glorificano Dio e rafforzano il bene del prossimo.

Tu parli di ‘olismo dello Spirito’ dove, nella vita di un religioso, la parte dedicata alla preghiera e alla contemplazione dovrebbe  agire in maniera complementare con la parte dedicata all’azione caritativa e sociale. Potresti ampliare il concetto di ‘olismo dello Spirito’ fino a comprendere anche l’azione tecnologica come un frutto o addirittura un’incarnazione dello Spirito?

Ho imparato per la prima volta ad apprezzare la bellezza dei ritmi di “ritiro e impegno” trascorrendo un pomeriggio, nel 2015, con le Suore di San Francesco dell’Adorazione Perpetua in Colorado. Ho capito quanto siano profondamente radicate nella contemplazione e nella preghiera, ma anche profondamente dedite al servizio delle persone cui Dio le ha chiamate. Non vivono separatamente queste due dimensioni, ma sempre unite, come strumenti dello Spirito Santo per coltivare una vita santa interiormente ed esteriormente.

Ho trovato molto utile applicare lo stesso principio di “ritiro e impegno” al mio rapporto con la tecnologia digitale. Voglio dire che dovremmo accostarci alle nuove tecnologie, all’IA e specialmente ai social media con un discernimento orante, con un atteggiamento santo e per fini santi. Questo richiede di guardare all’IA non più primariamente come un’opportunità per aumentare la produttività, piuttosto attraverso la lente della fecondità. Come posso sfruttare questa tecnologia straordinaria per fini che siano in linea con ciò che lo Spirito Santo desidera fare nelle nostre vite, nelle nostre comunità e in tutto il mondo? Come possiamo promuovere approcci più sani all’uso dell’IA che proteggano la dignità della persona, custodiscano fedelmente il creato e favoriscano relazioni autentiche?

Hai anche una considerazione escatologica molto interessante, quando ti chiedi se l’IA avrà un posto nel regno di Dio. Ci devi aver pensato a lungo. Ci puoi sintetizzare la tua risposta?

Non so se mi sono fatto ancora fatto un’idea precisa sulla possibilità che una forma rinnovata e redenta di IA possa esistere nella nuova creazione. Da una parte, sono d’accordo con studiosi come N. T. Wright, secondo cui noi proseguiremo nei nuovi cieli e nella nuova terra i progetti creativi intrapresi qui, sotto la perfetta sapienza e guida di Dio. Dall’altra parte, mi domando se vi sarà realmente un bisogno dell’IA per i risorti che già conosceranno tutto «perfettamente» (1 Cor 13,12).

Riflettere sull’IA nella nuova creazione mi sembra simile ai dibattiti dei Padri della Chiesa sull’età in cui risusciteremo: è impossibile saperlo, ma è stimolante pensarci.

Ci puoi parlare anche un po’ di te, aldilà del libro?

Vivo nei pressi di Chicago con la mia bellissima moglie Tara e tre figlie. Sono Missiologo in Residenza presso OneHope, un’organizzazione cristiana globale che aiuta bambini e giovani a entrare in relazione con la Bibbia. Dirigo anche un collettivo di ricerca per il ministero digitale chiamato Digital Mission Consortia presso il Wheaton College Billy Graham Center.

Al di fuori del lavoro, amo trascorrere tempo nella natura, fare giardinaggio, preparare il pane e trascorrere tempo con amici e familiari, magari seduti a tavola davanti a un buon cibo.

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