Si propone la prefazione di Andrea Vaccaro al libro di Gianluca Fedi, Universal design, volume 4, edito da qualche mese presso Pagnini Editore, Firenze.
Ci sono le idee tecniche nell’iperuranio platonico? Sembra, d’acchito, una curiosità intellettuale leziosa e anacronistica, ma quando si consideri che l’Iperuranio platonico si trasforma, accasandosi all’interno del Cristianesimo specie quello agostiniano, nel concetto di “mente di Dio”, allora la domanda muta connotati. Domandarsi se le idee tecniche si trovino nell’Iperuranio diventa un modo per cercare di capire se le idee tecniche abbiano posto nel disegno di Dio. E attualizzando ancora la questione, si giunge al punto finalmente centrale: i fenomeni della tecnologia odierna, come internet, i cyborg, gli ologrammi e le fantasie dell’IA ogni giorno sviluppantisi, si armonizzano con la volontà di Dio o sono mostruosità che vanno contro il progetto divino sull’essere umano, contro la natura e contro il buon senso comune?
La ricerca circa la presenza delle idee tecniche nell’Iperuranio non nasce certo oggi, anche se un approdo condiviso non è stato ancora raggiunto per motivi che oltrepassano il testo di Platone. Guardando infatti solo ai Dialoghi la questione sembra lineare e coerente.
In Repubblica 596 si parla della “consuetudine di porre un’Idea singola per gli oggetti a cui ci riferiamo con il medesimo nome”. Ad esempio, tutti i tipi di tavolo sono accomunati dal nome “tavolo” quindi è da desumere che vi sia un’Idea di tavolo a cui il nome si riferisce. Inoltre, v’è anche la consuetudine di dire che il falegname, nell’accingersi alla sua opera, guarda all’Idea per poter costruire, ma è chiaro che “l’Idea del tavolo nessun falegname la costruisce. E come potrebbe?”. A costruire il tavolo ci pensa l’artigiano, ma a creare l’Idea del tavolo, conclude Repubblica, è ovviamente Dio. A completamento, Platone aggiunge un terzo tipo di costruttore, oltre Dio che crea il modello ideale e il falegname che costruisce esemplari variegati. Il terzo artefice è il pittore, che imita, con la sua arte, la cosa costruita dal falegname sul modello dell’Idea creata da Dio. Il pittore dunque, come tutti gli artisti, sono imitatori che si collocano a tre lunghezze di distanza dal vero ente che è l’Idea. Questo, però, qui non interessa.
In Cratilo 389 non è in questione un oggetto di uso comune costruito tramite la tecnica, come era il caso del tavolo in Repubblica 596, ma proprio uno strumento tecnico, nella fattispecie la spola. Quando il falegname costruisce la spola per poter tessere non può far a meno di guardare all’Idea della spola stessa. Per fare ancor più chiarezza, Socrate esemplifica con cura: se il falegname rompe la spola mentre la sta costruendo, ecco che, per rifarla, non guarda alla spola rotta, ma, di nuovo all’Idea della spola, da potersi anche definire come la “spola in sé”. Inoltre, continua Socrate, v’è l’Idea della spola per vestiti leggeri, l’Idea della spola per vestiti di lana e così via. “Anche riguardo agli altri strumenti vale lo stesso”. È da tener presente che l’argomentazione di Platone svolta nel Cratilo non è diretta propriamente agli oggetti tecnici che qui servivano come termine di analogia per condurre l’interlocutore a far chiarezza su un aspetto differente, ovvero l’appropriatezza dei nomi alle cose. Non è una considerazione da trascurare.
Nel Sofista 265 la questione è posta a partire dal confronto tra l’arte produttiva divina e l’arte produttiva umana. Tutto ciò che di naturale esiste sulla Terra è opera di Dio: esseri umani, animali, vegetali e minerali. Infatti, tutto questo non è certo opera “di qualche causa spontanea che li fa nascere senza un’intelligenza”, tiene a precisare Platone. Gli artefatti, invece, sono opera umana, pur guidati dalla propria intelligenza. È da notare lo sviluppo da Repubblica a Sofista. In Repubblica a Dio è attribuita la creazione delle Idee, nel Sofista la creazione del mondo e di ciò che esso contiene.
In Leggi 965 la considerazione è usata di nuovo come termine di analogia: i Custodi della Città devono conoscere l’Uno che sta a fondamento delle virtù, così come ogni Artefice umano, per giungere all’apice della sua arte, deve guardare all’Uno, cioè a ciò che rimane identico nel molteplice, all’Idea che è l’essenza di tutti gli esemplari.
In Parmenide 130 il vecchio filosofo dell’Essere interroga il giovane Socrate sul mondo delle Idee, chiedendogli se, oltre alle Idee di Giusto, Bello, Buono, Uomo, ci siano anche le Idee in sé dei capelli, del fango, dello sporco e delle altre realtà di bassa lega. Socrate esclude quest’ultimo genere di Idee. La conclusione di Parmenide è tranciante pur nella sua tolleranza: “certo, Socrate, tu sei ancora giovane e la filosofia non ti ha ancora preso come, io credo, ti prenderà il giorno in cui non disprezzerai più nessuna di queste realtà”.
Ancora nella Lettera VII si ha un passaggio veloce sulla questione delle Idee per ogni ordine di realtà. La conclusione è schematica: “per ogni corpo che sia costruito o che esista in natura” si possono dare cinque considerazione: 1. il suo vero essere, cioè la sua Idea in sé; 2. il nome; 3. la definizione; 4. l’immagine, cioè la sua raffigurazione; 5. la sua scienza, detta anche “intuizione intellettiva”, che risiede nelle anime e che si avvicina più di tutte le altre all’Idea in sé della cosa.
Riassumendo, in Repubblica e nel Cratilo si afferma esserci l’Idea per ogni artefatto. Anche tali Idee sono create da Dio. L’essere umano che costruisce o inventa oggetti non ancora esistenti in natura deve rivolgere lo sguardo al regno delle Idee create da Dio e solo lì può trovarle. Nel Sofista si menziona l’Intelligenza necessaria per dar luogo all’esistente, sia l’esistenza delle realtà naturali create da Dio, sia di quelle artefatte costruite dall’essere umano. Le Leggi non aggiungono aspetti: ribadiscono che ogni artigiano, o artefice che dir si voglia, deve guardare all’essenza ideale prima di dar luogo alla sua opera. In Parmenide si confrontano due visioni, quella del giovane Socrate che non riesce a immaginare Idee anche per le cose impure o indegne e quella di Parmenide che lascia a Socrate il tempo di maturare per cambiare opinione su questa tesi. Nella Lettera VII si ribadisce in maniera schietta che esistono Idee per ogni realtà naturale e per ogni realtà artefatta.
Attenendoci ai Dialoghi non sembra dunque sorgere dubbio sul fatto che Platone insegnasse la presenza nell’Iperuranio anche delle Idee tecniche che l’essere umano, nel corso del tempo, è venuto o verrà a inventare. Sembra infatti impossibile per l’essere umano accingersi a costruire qualcosa che non abbia prima visto con l’intelligenza sul piano ideale.
La domanda dunque sarebbe pacificamente risolta se non si tenesse conto di quanto i successori di Platone hanno scritto sul suo conto a questo riguardo. Ed è qui che le cose cominciano a complicarsi.
Aristotele è il più deciso nel testimoniare che un punto fermo dell’Accademia fosse la tesi della non-esistenza delle Idee degli oggetti tecnici. A cosa attribuire questo cambiamento di rotta rispetto alle parole scritte di Platone? I numerosi passi della Metafisica in cui Aristotele ribadisce che la negazione di tali Idee è una tesi ormai assodata all’interno dell’Accademia non dicono mai chiaramente che questa fosse anche la posizione di Platone. Tanto che l’ipotesi maggiormente convincente indicherebbe in Senocrate il riferimento di Aristotele piuttosto che in Platone stesso. Lo studio di Margherita Isnardi Parente del 1989, Le peri ideon d’Aristote: Platon ou Xénocrate?, ha fatto scuola in questo senso. Senocrate è alla guida dell’Accademia platonica dal 339 al 314.
Il Commento a Metafisica A diAlessandro di Afrodisia, platonico del II-III secolo, si rivela quanto mai prezioso nell’informarci intorno al pensiero di Aristotele, restituendo lunghe citazioni di un trattato aristotelico perduto, il Peri ideon, ove la questione delle Idee degli artefatti sarebbe stata affrontata distesamente. In questo testo, Aristotele avrebbe ricostruito, secondo la testimonianza di Alessandro di Afrodisia, la controversia interna all’Accademia, affermando che la maggior parte dei platonici propendevano per la sussistenza delle Idee degli oggetti delle scienze superiori, come la matematica, ma non di quelli delle scienze inferiori.
Albino, medioplatonico del II secolo, è un’altra tappa fondamentale nella ricostruzione della questione. Nel suo Didaskalikos, opera finalizzata a “introdurre sufficientemente alla dottrina di Platone”, al capitolo IX afferma che non vi sono Idee delle cose prodotte dalla tecnica, né di quelle vili, poiché le Idee sono i pensieri eterni e perfetti di Dio. Informa pure che la maggioranza dei platonici negava vi fossero Idee delle cose tecniche, facendo esplicito esempio a oggetti come lo scudo o la lira: “la maggioranza dei platonici non è del parere che esistano Idee delle cose costruite dalle arti, quali lo scudo e la lira, né delle cose che sono contro natura, quali la febbre e la nausea, né degli individui, quali Socrate e Platone, e neppure degli oggetti vili, quali il sudiciume e la stoppia, né delle relazioni quali ‘più grande’ e ‘superiore’. Infatti, le Idee sono intellezioni di Dio, eterne e compiute in sé”. Questo, secondo il Didaskalikos, è il pensiero di Platone e della maggioranza dei platonici. Tuttavia Albino propone un’apertura interessante: le Idee delle realtà naturali si trovano nella Mente di Dio; nella mente degli esseri umani si trovano invece ‘forme’ delle realtà artefatte o, per essere più vicini al suo linguaggio, nell’anima umana si trovano i paradigmata degli oggetti realizzati con l’arte tecnica. Si tratta di una teoria che in certa misura smuove l’impasse della questione, anche se Albino non può riportarne l’origine a Platone, dato che di essa non v’è traccia nei Dialoghi. Probabilmente la deriva da Senocrate.
Un passo ulteriore lo compie Siriano, fondatore nel V secolo del Neoplatonismo della Scuola d’Atene e forse maestro di Proclo. Nel suo Commentario alla Metafisica di Aristotele, Siriano torna più volte sulla questione. Difende Senocrate e Aristotele quando riferiscono che Platone non assumeva le Idee degli artefatti e in 39,1 asserisce espressamente che la vera dottrina di Platone ammetteva solo idee di sostanze naturali o di perfezioni, e non di quelle degli artefatti. È questo il cosiddetto canone di Siriano (Isnardi Parente). Ricalcando Albino, Siriano aggiunge che però nell’anima dell’artista ci sono ‘concetti eterni’ che guidano e modellano ciò che costruisce. Anche questi sono i logoi eterni e la loro relazione con l’artefatto è da considerarsi paradigmatica. A sostegno di questa tesi Siriano sostiene che anche Aristotele credeva che pure gli artefatti avessero idee paradigmatiche, che non appartengono al mondo delle Idee, ma sono ‘concetti puri’, ‘modelli originali’ nelle anime degli artefici.
Proclo, nel Commento al Parmenide 888,15-38, prosegue l’insegnamento di Siriano, negando le Idee pure degli oggetti tecnici nella Mente di Dio e attribuendo tale tesi non solo a Senocrate, ma anche a Platone stesso. Come Albino e Siriano, tuttavia, anche Proclo calca la tesi dell’esistenza nella mente dell’artigiano di un logos per la produzione dell’artefatto e siccome ogni logos è generato da Dio, anche quello dell’artigiano deriva, mediatamente, da Dio. Il paradigma del tavolo non è dunque un modello eterno nella mente divina, ma un epifenomeno secondario del pensiero divino che, per emanazione, comunica all’uomo la capacità di foggiarsi nella mente un fantasma di tavolo.
Sulla base discordante di quanto affermato nei Dialoghi e quanto riferito dai platonici, autorevoli studiosi contemporanei seguono ipotesi differenti nel cercare di districare la questione o, quantomeno, di ricostruirne la genesi. Hans Leisegang e R. S. Bluck oltrepassano le testimonianze di Aristotele e dei platonici menzionati e, sulla base dei Dialoghi, ribadiscono che Platone credeva indiscutibilmente nelle Idee degli artefatti. Paul Wilpert, Roy Jackson e Eric Heinze propongono invece un’interpretazione evoluzionistica del pensiero di Platone che in un primo tempo avrebbe insegnato le Idee di tutte le cose, per virare in un periodo successivo alla Repubblica verso una limitazione del cosmo noetico alle sole realtà naturali. L’interpretazione più articola è forse quella proposta da Konrad Gaiser, che tenta di attenuare la contraddizione tra quanto espresso da Platone nei Dialoghi e quanto affermato dai suoi successori, come Albino e Siriano. Il dire infatti che le Idee, o i paradigmata, delle cose tecniche hanno luogo nell’anima umana significa pur sempre assegnare loro una dimensione ontologica superiore alle cose costruite, pur se inferiore rispetto alle Idee pure del cosmo noetico. Le Idee delle cose prodotte così apparterrebbero a una dimensione mediana tra realtà empirica e cosmo noetico, che potrebbe tornare utile anche nell’ottica di un collegamento tra i due piani. Una soluzione che forse indebolisce l’autentico pensiero di Platone, ma che non dovrebbe tradirlo.
Pensare che per progettare, ogni tecnico, artigiano e artista riesca a collegarsi con la Mente di Dio, rovistandovi e, in questo modo, inventare, nel senso etimologico di trovarvi l’idea, è forse l’immagine più alta che a ogni artefice possa essere attribuita. Da attribuire anche ai tecnologi di oggi, nonché all’architetto autore di questo libro.








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