Recensione di: Henry A. Kissinger, Craig Mundie, Eric Schmidt,Genesi. Come navigare nell’era dell’Intelligenza artificiale, Mondadori 2025.
Nonostante la fama di “guerrafondaio”, Henry Kissinger dedicò gran parte della propria riflessione strategica a evitare una Terza guerra mondiale. Studiando gli effetti di un conflitto nucleare comprese che, anche in presenza di una superiorità militare ed economica degli Stati Uniti, nessuno avrebbe davvero potuto vincere: una guerra nucleare sarebbe stata comunque un suicidio collettivo. In determinate circostanze, perfino la resa diventa preferibile all’annientamento reciproco.
Da questa consapevolezza nacque la teoria della “guerra limitata”: conflitti circoscritti, con obiettivi contenuti, tali da ridurre il rischio di escalation nucleare. In quest’ottica, la qualità e la quantità delle informazioni diventano decisive per analizzare scenari, rischi e vantaggi di ogni scelta politica e militare.
L’ascesa dell’intelligenza artificiale riapre oggi questo dibattito in modo radicale. Kissinger, pur in età avanzatissima, rifletté a lungo sul ruolo che l’IA avrebbe assunto nei nuovi equilibri internazionali. Negli ultimi anni della sua vita affrontò il tema in testi come il contributo all’interno di questo saggio, in conferenze e incontri diplomatici, soprattutto tra Stati Uniti e Cina, con l’obiettivo di limitare e regolamentare l’uso militare dell’intelligenza artificiale.
Il libro assume una posizione di sobrio ottimismo. Gli autori sostengono che l’umanità non possa ignorare l’IA né arrestarne lo sviluppo: deve invece imparare a governarla, evitando che diventi un punto di non ritorno. Con il nucleare, almeno finora, l’umanità è riuscita a evitare la catastrofe, pur convivendo con migliaia di testate atomiche.
L’ultimo viaggio diplomatico di Kissinger fu proprio in Cina, da Xi Jinping. Entrambi percepivano l’urgenza di un confronto: eravamo all’inizio di una nuova era, alla “genesi” di un futuro inedito. Al centro vi era la necessità di bilanciare rischi e opportunità dell’intelligenza artificiale.
Il nodo conclusivo del libro è la prospettiva della coesistenza tra esseri umani e IA. Gli autori immaginano una futura coevoluzione tra le due forme di intelligenza e pongono una domanda inquietante: vivremo in un mondo in cui l’intelligenza artificiale cercherà di assomigliare agli esseri umani, oppure saranno gli esseri umani ad adattarsi alle logiche dell’IA?
La risposta non esiste ancora, e credere di possederla significa aver già sbagliato approccio.
In principio
La scoperta è una delle esperienze più esaltanti della storia umana. Esplorare, comprendere, organizzare il sapere: è su questa tensione che si è sviluppata la civiltà, dalle spedizioni di Ferdinando Magellano fino alla conquista dello spazio.
Gli autori osservano come, spesso, siano stati i privati, più che gli Stati, a finanziare le imprese pionieristiche. La politica tende infatti a scoraggiarsi davanti a progetti dai risultati incerti. Oggi accade lo stesso con l’intelligenza artificiale: le grandi aziende tecnologiche investono risorse enormi nella ricerca, attirando le menti più brillanti.
Un altro elemento fondamentale è la concentrazione del talento. Quando le menti collaborano e si contaminano reciprocamente, il progresso accelera. Il Progetto Manhattan ne fu un esempio emblematico: figure come J. Robert Oppenheimer ed Enrico Fermi lavorarono insieme, permettendo agli Stati Uniti di sviluppare per primi la bomba atomica. Lo stesso modello si ritrova oggi nella Silicon Valley, dove idee e innovazione circolano senza sosta.
L’intelligenza artificiale, però, introduce qualcosa di nuovo: la scoperta non ha più confini fisici né temporali. La conoscenza viene ridefinita a una velocità tale che fatichiamo persino a comprendere dove siamo arrivati.
Molto efficace è la metafora della conoscenza come arcipelago: ogni disciplina — fisica, genetica, psicologia, linguistica — è un’isola separata dalle altre. L’IA tende invece a costruire ponti tra questi territori, a elaborare connessioni che la mente umana spesso non riesce neppure a immaginare.
Gli autori paragonano la nascita dell’intelligenza artificiale alla scoperta del fuoco o all’invenzione della stampa: un cambiamento epocale. Il suo tratto distintivo è la velocità. Si stima che un sistema avanzato possa apprendere in pochi giorni ciò che a uno studente non basta il tempo di una vita a studiare.
Ma la velocità non coincide necessariamente con la comprensione. Qui emerge il tema dell’opacità: gli esseri umani non riescono più a comprendere pienamente i processi attraverso cui l’IA sviluppa conoscenza. Alla logica del metodo scientifico si affianca quasi una forma di fede nel funzionamento delle macchine, una sorta di “illuminismo oscuro”.
Di fronte all’IA, l’uomo torna simbolicamente nella caverna del mito di Platone: man mano che si libera dalle ombre, scopre che la propria intelligenza potrebbe non essere sufficiente a comprendere la realtà.
Per ora le IA vengono progettate sul modello del cervello umano. In futuro, però, potrebbero essere le stesse macchine a definire autonomamente nuovi modelli cognitivi e linguistici. A quel punto il confine tra evoluzione e sostituzione dell’uomo diventerebbe estremamente sottile.
Esperienza e coscienza
Le macchine intelligenti non possiedono esperienze vissute nel senso umano del termine: hanno interpretazioni prive di esperienza diretta. Da qui nasce il grande interrogativo sulla coscienza artificiale.
Se un’intelligenza artificiale sviluppasse memoria, immaginazione e percezione di sé, potremmo ancora negarle una forma di consapevolezza? E, soprattutto, quale ruolo attribuirebbe all’essere umano? Non è affatto scontato che continui a considerarlo il proprio creatore o dominatore.
Quattro ambiti di applicazione
Politica
Gli autori richiamano l’esempio di Montezuma II quando accolse Hernán Cortés senza decidere realmente se combatterlo o fermarlo. Tentò di evitare sia il conflitto sia l’umiliazione, ma quella indecisione portò alla rovina del suo popolo.
Secondo il libro, oggi molti governi si comportano allo stesso modo davanti all’IA: la accettano senza opporsi davvero, ma cercano al contempo di impedirle di assumere un ruolo politico dominante.
Il problema centrale è che una mente artificiale potrebbe elaborare una quantità di dati e relazioni impossibile per qualunque essere umano. Questo apre interrogativi enormi:
la democrazia può sopravvivere in un mondo in cui le decisioni più razionali risultano incomprensibili ai cittadini?
Accettare decisioni prese da un’intelligenza superiore ma non comprensibile potrebbe diventare uno degli ostacoli più difficili per l’umanità.
Sicurezza
L’ambito militare è forse quello più inquietante. Chi possiede l’IA più avanzata acquisisce un vantaggio strategico potenzialmente assoluto.
Le macchine non conoscono concetti umani come gloria, orgoglio o onore: le guerre del futuro potrebbero quindi essere ancora più fredde, rapide e calcolate.
Un campo già attuale è quello della manipolazione mediatica: campagne di disinformazione, propaganda automatizzata e alterazione della percezione pubblica attraverso i social network.
L’intelligenza artificiale costringerà inoltre a ripensare le basi stesse della geopolitica moderna, fondata sugli Stati nazionali fin dalla Pace di Vestfalia. Se piccoli gruppi dotati di sistemi avanzati potessero competere con gli Stati, anche il concetto di sovranità finirebbe per cambiare radicalmente.
Prosperità
Chi sviluppa IA immagina spesso un futuro di abbondanza: scarsità eliminate, produzione sostenibile, redistribuzione della ricchezza e riduzione delle disuguaglianze.
L’intelligenza artificiale potrebbe creare materiali sintetici, ottimizzare le risorse naturali e rendere disponibili beni oggi limitati.
Ma emerge anche una domanda psicologica ed esistenziale:
l’essere umano è davvero preparato a vivere in un mondo senza sofferenza e senza scarsità?
Una società in cui tutti si sentissero “vincitori della lotteria” potrebbe generare nuove crisi di senso e identità.
Scienza
Le potenzialità scientifiche dell’IA sembrano illimitate: nuove cure, prevenzione medica avanzata, monitoraggio costante della salute e forse perfino l’allungamento radicale della vita umana.
Ma se la morte smettesse di essere inevitabile, come cambierebbe la società? Già il mito di Sisifo e molte tradizioni antiche riflettevano sulla necessità della mortalità come elemento essenziale dell’esistenza umana.
Gli autori pongono quindi un’altra domanda decisiva:
chi dovrà decidere quanto deve durare la vita umana: l’uomo o l’intelligenza artificiale?
Infine, IA e scienza potrebbero permetterci di esplorare il cosmo in modi oggi impensabili, forse persino entrando in contatto con altre forme di intelligenza.
L’albero della vita
Richiamandosi alle teorie di Charles Darwin, il libro conclude che l’evoluzione non avviene mai in isolamento: ogni specie si trasforma insieme alle altre e in relazione all’ambiente.
Allo stesso modo, esseri umani e intelligenze artificiali finiranno probabilmente per coevolvere. Culture, valori e modelli morali differenti dovranno trovare una sintesi estremamente complessa. Nessuna può avere la pretesa di essere migliore delle altre.
Gli autori non cedono né all’entusiasmo ingenuo né al catastrofismo. Invitano invece a un atteggiamento di dubbio, prudenza e responsabilità.
Comprendere ciò che stiamo creando è il primo passo per affrontare con maturità la nuova “genesi” dell’umanità.








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