La repubblica tecnologica

Il Senso di Karp per la Tecnologia

Sintesi di Alexander C. Karp e Nicholas W. Zamiska, La repubblica tecnologica. Come l’alleanza con la Silicon Valley plasmerà il futuro dell’Occidente, prefazione di Federico Rampini, Silvio Berlusconi Editore, Mondadori 2025, pp. 368.

L’evoluzione della storia e delle ideologie che ne stanno alla base procedono per caso o per evoluzione? Eventi imprevedibili e personalità eccezionali o processi strutturati e continuità? La questione è forse irrisolvibile, perché ogni analisi si presta a confermare o contraddire l’altra.

Fino a pochi anni fa, la prospettiva evoluzionistica sembrava aver preso il sopravvento. Lo storico americano Francis Fukuyama nella sua famosa Fine della Storia (1992) aveva addirittura sostenuto come, con la fine della guerra fredda, il mondo avesse raggiunto un punto di equilibrio definitivo grazie alle democrazie liberali, al capitalismo e al progresso tecnologico. In questo che sarebbe stato finalmente il migliore dei mondi possibili, il governo universale avrebbe eliminato ogni conflittualità e istinto di prevaricazione. La storia era in sostanza finita.

La realtà, come lo stesso autore già avvertiva nelle opere successive, non sarebbe stata proprio così.  E Alexander Karp ne è una delle dimostrazioni più emblematiche.

Diplomato nella East Coast, affina la propria formazione studiando le radici socio-culturali che portarono il Nazismo al potere. Diviene molto ricco investendo in startup l’eredità dello zio. In università conosce Peter Thiele, ne diviene amico, decide di seguirlo nella Silicon Valley e fonda con lui la Palantir Technologies di cui è tuttora CEO e ne detiene il 10%.

Karp è un imprenditore pensatore, la sua attività economica si nutre delle sue idee ed egli si pone come un guru innovatore che intende plasmare la società del futuro attraverso la tecnologia. Il nucleo del suo pensiero si colloca apertamente contro l’universalismo della storia e auspica un nuovo fronte di conflittualità come necessaria evoluzione della storia dei popoli.

L’assunto è che per l’Occidente è l’ora della resa dei conti: se il suo sviluppo tecnologico non si riorienta verso la difesa del progetto nazionale, perirà. Il suo motto suona: “non tutti per tutti, ma noi contro gli altri”, o meglio “americani contro il resto del mondo”.

Per Karp le innovazioni tecnologiche delle varie Palantir, Google, Apple, Nvidia devono essere indirizzate in primo luogo verso la risoluzione dei problemi di rilevanza industriale e nazionale. Negli anni Quaranta la Silicon Valley divenne un distretto innovativo perché fu scelto dal governo come centro della produzione militare. La storia degli Stati Uniti è stata costellata da continui successi perché la politica e la scienza si sono intrecciate fin dall’inizio. Così è avvenuto per la conquista del west, l’urbanizzazione, l’industrializzazione, le grandi società. La vocazione innovativa e scientifica ha da sempre rappresentato il motore della linea politica. Due scienziati come Jefferson e Franklin sono stati addirittura presidenti degli Stati Uniti.

Se il Novecento è stato il secolo degli Stati Uniti è in virtù della sua capacità pionieristica nella scienza, in grado superare così le vecchie potenze europee. Nel 1942 Robert Oppenheimer e altri scienziati lavorarano per lo Stato al progetto Manhattan, applicarono la propria intelligenza all’invenzione che ha posto le basi della primazia americana: l’arma di deterrenza universale, la bomba atomica. Gli scienziati sapevano bene che quell’invenzione si portava dietro un lato oscuro terribile, ma quella era la loro inevitabile missione. Karp certifica il suo pensiero citando il Talmud: “se qualcuno viene per ucciderti, alzati e uccidilo per primo”.

Gli Stati Uniti, direttamente o attraverso le loro agenzie, sono stati i primi finanziatori della ricerca. La legittimità e il potere del governo sono derivati proprio dallo sforzo profuso per anni per migliorare le condizioni di vita dei cittadini, e il modello di vita dei cittadini americani è stato la guida e il modello per tutti gli altri popoli. La moderna incarnazione della Silicon Valley invece ha smesso di servire i cittadini americani in quanto tali e si è orientata verso soggetti universali che ha chiamato “i consumatori”. L’obiettivo ha cessato di essere il potere ed è diventato la ricchezza. Futili invenzioni hanno inondato il mondo: app per aprire le finestre, per confrontare i ristoranti, per misurare i respiri… Il Governo negli ultimi anni è stato visto, più che come un partner, come un ostacolo alle innovazioni, una burocrazia da aggirare, un monolite fuori dal tempo che chiede di lavorare a progetti impopolari e poco redditizi. È il caso degli ingegneri di Google che nel 2018 si rifiutarono di applicare la loro ricerca a nuove armi di difesa.

Oggi, a distanza di ottant’anni dal progetto dell’atomica, con  l’intelligenza artificiale, l’America è di nuovo allo stesso bivio che collega ingegneria ed etica: chi saprà vincere questa sfida sarà il nuovo paese guida.

Siamo in vantaggio nei confronti di Cina e Russia, ma il vantaggio di cui godiamo non si può dare per scontato. È stata una cultura, coesa attorno a un obiettivo comune, a vincere l’ultima guerra mondiale. E sarà una cultura a vincere, o scongiurare, la prossima. Il declino e la caduta degli imperi possono essere repentini, e in passato sono arrivati senza preavviso. Per andare avanti sarà necessario che ci liberiamo del nostro scetticismo nei confronti del progetto americano. Dobbiamo piegare le forme più recenti e avanzate di IA al nostro volere, altrimenti rischiamo di alsciare che lo facciano i nostri avversari mentre noi valutiamo e discutiamo, talvolta sembra all’infinito, la portata e la natura delle nostre divisioni. La nostra tesi di fondo è che in questa nuova era di IA avanzata, che offre ai nostri avversari geopolitici l’occasione più ghiotta dai tempi dell’ultima guerra mondiale di mettere in discussione il nostro status globale, dovremmo tornare a quell tradizione di stretta collaborazione tra industria tecnologica e governo” (pp. 29-30)

Ma perché oggi l’America rischia di perdere il primato nel mondo? Qui Karp inizia la sua analisi sociologica dall’ultimo dopoguerra fino a oggi. A suo giudizio le generazioni successive a quella di Oppenheimer hanno sperimentato per la prima volta nella storia un mondo senza guerre. Ci sono stati pericoli e situazioni di crisi, ma la fiducia ottimista nel futuro rendeva sempre più sereno pensare al domani. Con il Sessantotto e la cultura hippy, poi, si è iniziato a immaginare un mondo universale, inclusivo e addirittura di amore e pace perenne.

Questo è stato, per Karp, il principale motivo di impoverimento culturale che ha coinvolto l’Occidente. Nell’idealizzare una società priva di conflitti dove tutti sono uguali è diventato superfluo ricercare un’identità nazionale o uno spirito di appartenza. Il fascino del pacifismo ha finito per ridurre gli occidentali a persone appagate e inermi. Questa ideologia di un pacifismo senza deterrenza rappresenta il vero indebolimento degli americani oggi.

Tenendo dietro al suo ragionamento, Karp procede accusando le classi dirigenti e gli ingegneri. Se gli anni Sessanta e Settanta hanno posto le basi della globalizzazione nel senso del tramonto delle contese tra le varie identità, gli anni Novanta e l’invenzione di internet hanno poi dato il colpo di grazia: il mondo è diventato un’unica grande rete sempre connessa, senza differenze, dove tutti siamo diventati utenti allo stesso modo e, alla fine, da persone siamo diventati consumatori.

Il perbenismo e la riluttanza a prendere decisioni scomode o impopolari hanno reso la classe politica inefficente e impegnata solo a non scomodare nessuno. Ma coloro che, per il politically correct, evitano di dire cose sbagliate finiscono per non dire quasi nulla.

Per Karp e i suoi epigoni, il comparto tecnologico ha l’imperativo di sostenere lo Stato e il suo sviluppo. Gli americani non devono pensare di aver già vinto altrimenti, in questo modo, perdono. La storia non è finita; le democrazie liberali non hanno vinto definitivamente. Internet non deve essere un enorme catalogo iperaccessibile, un ufficio postale, un centro di vendite per corrispondenza, ma nucleo di potere. Del resto, già nel 1891, Alfred Nobel, il celebre scienzato inventore della dinamite, scrisse a un amico “l’unica cosa che impedirà alle nazioni di entrare in guerra sarà il terrore”.

Far sì che gli Stati Uniti possano scrollarsi di dosso la cultura irenica e universalista che ha pervaso le ultime generazioni diventa così l’intento dichiarato dell’autore. La ricetta è iscritta nel titolo del libro: la fondazione di una nuova repubblica basata sulla tecnologia.

La basi di questa repubblica tecnologica consistono in alcune constatazioni che all’autore appaiono evidenti e incontrovertibili: l’Europa è diventata insignificante a causa del depotenziamento della Germania e l’America è caduta vittima di madornali errori di prospettiva, come ad esempio l’illusione che bastasse la sola integrazione economica ad arginare Cina e Russia; l’ordine mondiale non può basarsi sulla fiducia e sul multilateralismo, perché “non esistono regole senza qualcuno che le faccia rispettare” (Anne Appelbaum); la rinuncia ai valori fondanti dell’Occidente in nome dell’universalismo ha reso ridicoli valori quali la fedeltà alla patria e la difesa delle frontiere; la religione è cadura vittima del pensiero debole (da Freud in poi). La sinistra ha esultato via via che la religione veniva sradicata dalla vita pubblica sull’altare dell’inclusività, basandosi su un valore di tolleranza che si è rivelato essere solo un non credere in niente. Questo movimento culturale si è riflesso nel sistema scolastico e ha egemonizzato il pensiero. Si è smesso di considerare le ragioni per cui la cultura occidentale che partiva dalla Grecia è effettivamente stato il modello ideale che ha plasmato il mondo e si è ceduto all’idea di molte culture che si sviluppano parallelamente.

In questo quadro, una considerazione di rilievo è riservata alla Silicon Valley.

Già i primi inventori del computer pensavano l’informatica come a uno strumento per affrancarsi dal governo e dalla politica e non come un mezzo per aiutare il governo a primeggiare sugli altri.  La rivoluzione successiva di Steve Jobs è stata una rivoluzione intima, finalizzata a creare prodotti utili e comodi da usare: telefoni e pc nella vita di tutti i giorni. Non c’è mai stato un progetto americano di portata nazionale, le invenzioni non erano per la nazione, erano solo strumenti, estensioni del sè del nuovo esercito di utenti.

Karp non manca di celebrare la società che dirige (Palantir) come quella più innovativa della Silycon Valley, l’unica che veramente incarna il nuovo spirito della repubblica tecnologica. Lì vige una nuova cultura ingegneristica. A differenza delle altre società, non ci sono gerarchie chiare e neppure leggibilità organizzativa. Se non si sa chi è il capo delle vendite e se non lo è qualcuno di preciso vuol dire tutti si sentiranno responsabili di esserlo. Creare vuoti, scrive Karp, alla lunga ha portato molto più vantaggi che problemi, perchè la maggior parte delle volte questi vuoti sono stati colmati da leader ambiziosi e di talento. Chi ha idee innovative non deve essere limitato o ingabbiato. Le burocrazie e le gerarchie prestabilite finiscono per cancellare l’esperienza sul campo e far perdere di vista il bene ultimo. Oggi, purtroppo, sempre più manager di aziende nascono senza aver fatto esperienza sul campo, per così dire senza aver fatto il soldato, e questo è un terribile errore. Karp auspica che il suo diventi il nuovo modello da seguire.

La Silicon Valley è diventata quello che è perché ha risposto al mondo così come era, non così come voleva che fosse. Oggi, conclude Karp, dobbiamo incanalare questa capacità e questo spirito verso gli obiettivi della nazione.

Alexander Karp, capelli grigi, voluminosi e spesso spettinati, parla rapidamente con molta gestualità. È affetto da dislessia e adhd. Non guida l’auto, usa spesso abiti sportivi come i pantaloni da sci di fondo. Ha due compagne in luoghi diversi e per questo si definisce “geograficamente monogamo”. Ha in sostanza i tratti del genio sregolato.

Ha sostenuto candidati democratici come la Clinton e la Harris, ma allo stesso modo è tra i primi interlocutori di Trump anche perché la sua società vive prevalentemente di fondi pubblici.

La Palantir nasce dopo l’11 settembre quando il tema della sicurezza e della difesa tornano di moda. Ne Il Signore degli Anelli di Tolkien “palantir” sono definite le pietre veggenti che guardano verso mondi lontani.

La Palantir come azienda, in sostanza, si occupa di analizzare e integrare i dati che raccoglie informaticamente e poi di decifrarli con schemi impossibili per l’analisi umana. I dati che analizza vengono usati prevalentemente in ambito militare, investigativo e politico. È cresciuta nelle missioni militari in l’Iraq e Afganistan ed è impegnata nelle campagne antiterroristiche, nella lotta all’immigraziome e nelle operazioni di polizia investigativa. È dietro la forza di polizia trumpiana Ice e ha venduto i propri servizi all’esercito israeliano durante la devastazione di Gaza.

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