Quando le macchine scrivono come noi
Nel gennaio 2026 è stato pubblicato su arXiv un paper che ha generato notevole inquietudine tra scrittori professionali[1]. Un gruppo di ricercatori ha condotto un esperimento in cui ventotto scrittori con formazione MFA (Master of Fine Arts) dai programmi più prestigiosi degli Stati Uniti sono stati messi in competizione con tre modelli di intelligenza artificiale nel compito di emulare lo stile di cinquanta autori contemporanei di fama internazionale. I risultati sono stati sorprendenti: mentre con il semplice prompting contestuale gli esperti hanno preferito la scrittura umana nell’82,7% dei casi, dopo fine-tuning dei modelli su opere complete degli autori la preferenza si è invertita, con il 62% degli esperti che ha giudicato superiore il testo generato dall’AI. I lettori non specialisti, dal canto loro, hanno preferito la scrittura AI in entrambe le condizioni sperimentali.
Nelle interviste successive, molti scrittori hanno riportato una vera e propria crisi d’identità professionale. Alcuni hanno confessato di non riuscire più a distinguere con sicurezza la scrittura umana da quella artificiale quando quest’ultima è stata addestrata su corpora di alta qualità. Altri hanno messo in discussione i propri criteri di valutazione estetica, chiedendosi cosa costituisca effettivamente «buona scrittura» se un sistema computazionale può replicarla o addirittura superarla. La convergenza funzionale degli output sembra dissolvere la distinzione tra creazione umana e generazione sintetica: se i testi sono indistinguibili, che senso ha ancora parlare di una specificità della scrittura umana, e in particolare della scrittura letteraria?
Questa domanda diventa ancora più pressante se consideriamo un fenomeno linguistico recente che complica ulteriormente il quadro: l’algospeak, il linguaggio che si è sviluppato sui social media in risposta ai sistemi di moderazione algoritmica. Come documenta Adam Aleksic nel suo recente libro[2], gli utenti delle piattaforme digitali hanno sviluppato un intero socioletto per aggirare i filtri automatici che penalizzano contenuti considerati sensibili. Termini come «unalive» al posto di «suicide», «seggs» invece di «sex», «le$bian» (pronunciato ironicamente «le dollar bean») al posto di «lesbian», emoji come il melone per riferirsi alla Palestina dopo che la bandiera è stata censurata, sono tutti esempi di come il linguaggio umano si sia già trasformato in risposta alle costrizioni algoritmiche.
L’algospeak sembra confermare l’intuizione dei ricercatori: se gli esseri umani scrivono già «per l’algoritmo», modificando il proprio linguaggio non per esprimere meglio il proprio pensiero ma per ottenere visibilità, allora quale differenza ontologica rimane tra scrittura umana e generazione AI? Entrambi ottimizzano per funzioni obiettivo esterne, entrambi producono output condizionati da pattern statistici appresi da corpora, entrambi operano in un ecosistema dove il «linguaggio naturale» è già stato plasmato dall’interazione con sistemi computazionali. La distinzione tra autentico e simulato sembrerebbe collassare quando l’autentico è già stato modellato dalla simulazione.
Eppure, questa conclusione è troppo rapida. C’è una differenza decisiva che la convergenza funzionale degli output non cattura, e per comprenderla dobbiamo rivolgerci a Ludwig Wittgenstein e alla sua nozione di giochi linguistici. La questione che Wittgenstein ci permette di chiarire non è semplicemente tecnica, ma tocca il cuore stesso di ciò che significa usare il linguaggio letterariamente, di ciò che distingue la scrittura come pratica umana incarnata dalla generazione di testi sintatticamente corretti.
Nelle Ricerche Filosofiche, Wittgenstein mostra che il linguaggio non è un sistema di segni che «stanno per» cose nel mondo, ma un insieme di pratiche governate da regole che conferiscono significato alle parole attraverso il loro uso in «forme di vita» (Lebensformen) condivise[3]. Comprendere un linguaggio non significa padroneggiare un dizionario e una grammatica, ma saper partecipare alle pratiche sociali in cui quel linguaggio è radicato. Il significato non è una proprietà intrinseca delle parole, ma emerge dall’uso che ne facciamo nei nostri giochi linguistici, cioè in quelle attività regolate collettivamente che costituiscono il tessuto della nostra esistenza sociale.
L’algospeak è un perfetto esempio di gioco linguistico wittgensteiniano, e ci permette di comprendere cosa significhi realmente padroneggiare una pratica linguistica piuttosto che semplicemente replicarne i pattern superficiali. Quando un creator usa «seggs» invece di «sex», non sta semplicemente sostituendo un termine con un altro foneticamente simile. Sta compiendo una mossa in un gioco complesso le cui regole sono: primo, esprimere concetti che l’algoritmo considera sensibili; secondo, evitare la penalizzazione che comporterebbe l’uso dei termini standard; terzo, segnalare la propria appartenenza alla comunità di coloro che conoscono queste strategie e condividono l’esperienza di doverle usare. Il significato di «seggs» non sta nella sua relazione semantica con «sex», ma nel ruolo che gioca in questa pratica collettiva di negoziazione con il potere algoritmico.
Aleksic nota che molti di questi termini hanno continuato ad essere usati anche dopo che è diventato chiaro che l’algoritmo aveva imparato a riconoscerli e li stava penalizzando a sua volta. «Seggs» e «unalive» non sono più solo strumenti di evasione della censura, ma sono diventati marcatori identitari, segnali di familiarità con la cultura dei social media, elementi costitutivi della forma di vita dei content creator. Questo è esattamente ciò che Wittgenstein intende quando dice che padroneggiare un gioco linguistico significa partecipare a una forma di vita: non basta conoscere le regole esplicite, bisogna avere il giudizio pratico per sapere quando e come applicarle, quando usarle ironicamente, quando sovvertirle. Si tratta di quella che potremmo chiamare, riprendendo un’espressione cara alla tradizione aristotelico-tomista, una forma di conoscenza per connaturalità, che non può essere ridotta a sapere proposizionale.
Ed è qui che emerge la differenza decisiva tra umano e macchina, differenza che illumina anche la natura specifica della scrittura letteraria. Un modello di intelligenza artificiale addestrato su corpora che contengono algospeak può certamente generare testi che includono «seggs» o «unalive» nei contesti statisticamente appropriati. Ma questa capacità di replicare pattern non equivale a padroneggiare il gioco linguistico. Il modello applica correlazioni statistiche tra sequenze di token, non sta giocando il gioco dell’algospeak nel senso wittgensteiniano. Non deve negoziare tra autenticità espressiva e sopravvivenza algoritmica, non sperimenta la frustrazione di essere censurato, non usa questi termini con consapevolezza ironica della propria condizione.
Wittgenstein dedica molte pagine al paradosso del seguire una regola, mostrando che seguire una regola non è mai riducibile all’applicazione meccanica di un algoritmo[4]. Nessuna formulazione di una regola determina univocamente la sua applicazione, perché qualunque interpretazione richiederebbe a sua volta interpretazione, generando un regresso infinito. Ciò che interrompe il regresso non è un’ulteriore interpretazione, ma la padronanza pratica che emerge dall’essere addestrati in una forma di vita. È il saper andare avanti nello stesso modo che caratterizza chi ha compreso, non il possesso di una rappresentazione mentale della regola. Questo punto è cruciale per comprendere la differenza tra padronanza letteraria e replica computazionale.
Quando un creator decide di usare «le dollar bean» sapendo che è assurdo, quando testimonia attraverso questa assurdità la violenza della censura algoritmica, quando usa l’algospeak ironicamente per commentare la propria condizione di dover giocare questo gioco, sta esercitando esattamente questo tipo di giudizio pratico che non può essere codificato in regole esplicite. L’AI può replicare «le$bian» nel contesto statisticamente più probabile dato il corpus di addestramento, ma non può comprendere cosa significa giocare questo gioco piuttosto che un altro, perché non è situata nella forma di vita che dà senso a quelle mosse linguistiche.
Lo stesso vale, a fortiori, per la scrittura letteraria nel paper citato all’inizio. Quando i modelli vengono addestrati tramite fine-tuning sulle opere complete di un autore, imparano a replicare pattern sintattici, scelte lessicali, ritmi prosodici caratteristici. Possono produrre testi che gli esperti MFA giudicano superiori perché più rifiniti, più coerenti, più «puliti» stilisticamente. Ma la scrittura letteraria non è solo produzione di output conformi a regole stilistiche. È padronanza di un gioco linguistico radicato in una forma di vita: l’esperienza di negoziare con tradizioni letterarie, di cercare la parola giusta per questo significato in questo contesto, di usare il linguaggio per posizionarsi rispetto al mondo.
Consideriamo più da vicino cosa significa scrivere letterariamente. Quando Ottessa Moshfegh scrive con sintassi corta e tono detached, non sta applicando uno «stile Moshfegh» astratto che potrebbe essere descritto mediante una lista di caratteristiche formali. Sta usando quelle scelte formali come strategia per esprimere una particolare forma di alienazione contemporanea che emerge dalla sua esperienza incarnata del mondo. La sintassi corta non è un ornamento stilistico applicato a un contenuto pre-esistente, ma è il modo stesso in cui quella particolare forma di alienazione può essere detta. Non c’è prima il contenuto («alienazione contemporanea») e poi la forma («sintassi corta»), c’è un’esperienza vissuta che cerca la sua forma espressiva, e quella forma è inseparabile dal significato che veicola.
Il modello fine-tuned su Moshfegh cattura la superficie stilistica ma non può catturare perché quella sintassi esprime quella particolare forma di alienazione, perché quel detachment è una strategia di sopravvivenza psicologica e non solo un tratto stilistico. Non ha fatto l’esperienza del mondo che rende quelle scelte espressive necessarie e significative. Questo non è un limite tecnico che verrà superato con modelli più grandi o algoritmi più sofisticati. È un limite ontologico che deriva dalla natura stessa del linguaggio letterario come pratica incarnata in forme di vita.
La questione diventa ancora più evidente quando consideriamo il ruolo della tradizione letteraria. Quando un autore decide di scrivere in un certo modo, quella decisione è sempre anche un posizionamento rispetto a una tradizione. Scegliere di scrivere con flusso di coscienza alla Joyce piuttosto che con realismo classico alla Tolstoj non è solo una scelta tecnica, è una presa di posizione su cosa vale la pena dire e su come va detto oggi. È un modo di affermare che certe forme espressive sono ancora vitali, o al contrario che vanno superate. È un dialogo con i morti che continua a plasmare il presente. L’AI può replicare il flusso di coscienza joyciano perché è nel corpus di addestramento, ma non può comprendere il significato storico-culturale di quella scelta, non può scegliere di posizionarsi in quel modo piuttosto che in un altro per ragioni che hanno a che fare con la propria visione del mondo e della letteratura.
Wittgenstein scrive nella celebre proposizione 327 delle Ricerche: «Se un leone potesse parlare, non potremmo comprenderlo»[5]. Non per mancanza di traduzione lessicale, ma perché non condivideremmo la sua forma di vita. Comprendere un linguaggio è padroneggiare le pratiche in cui quel linguaggio è radicato. L’AI può essere addestrata su qualunque corpus letterario, ma non partecipa alle forme di vita umane. Non sperimenta il corpo che invecchia, non deve affrontare la mortalità, non negozia relazioni sociali complesse, non si posiziona politicamente, non ha una storia personale che la costituisce come soggetto. Tutte queste cose non sono dettagli biografici accessori che un autore potrebbe omettere di menzionare, sono le condizioni di possibilità per padroneggiare i giochi linguistici in cui il significato letterario emerge.
L’algospeak rende questo particolarmente evidente perché introduce una dimensione esplicitamente politica che mostra come il linguaggio sia sempre già un campo di forze, un terreno di lotta. Quando i creator usano l’emoji dell’anguria per riferirsi alla Palestina dopo che la bandiera palestinese è stata censurata, non stanno semplicemente aggirando un filtro. Stanno trasformando la censura in metafora culturale, rivendicando potere narrativo, costituendo una memoria collettiva che lega quel simbolo alla resistenza contro la moderazione algoritmica. L’emoji diventa carica di significato non perché ottimizza la visibilità, ma perché testimonia l’esperienza di essere censurati, di dover trovare modi obliqui per dire ciò che non può essere detto direttamente. È un atto di parola nel senso forte del termine, un modo di fare cose con le parole che presuppone una posizione incarnata nel mondo sociale.
Aleksic nota che il linguaggio diventa «atto di resistenza» quando gli utenti impongono deliberatamente un tabù su nomi come «Trump», usando «Voldemorting» (dal personaggio di Harry Potter il cui nome non doveva essere pronunciato) per segnalare disprezzo attraverso la scelta stessa di non nominare direttamente. Questo uso metalinguistico del linguaggio, questa capacità di prendere posizione rispetto al gioco linguistico che si sta giocando, di usare le regole del gioco per sovvertire il gioco stesso, è precisamente ciò che distingue la padronanza umana dalla replica meccanica. L’AI può generare testi che usano questi pattern, ma non può testimoniare l’esperienza che li rende significativi, non può fare dell’uso del linguaggio un atto di resistenza perché non c’è nessuna posizione da cui resistere.
Questo non significa che la scrittura umana sia «pura» o immune dall’influenza algoritmica. Al contrario, l’algospeak dimostra che il linguaggio umano è già profondamente condizionato dai sistemi computazionali, e questa trasformazione tocca anche la scrittura letteraria. I creator modificano il loro modo di parlare in risposta all’algoritmo, gli scrittori sviluppano il loro stile leggendo altri autori in un processo di imitazione e trasformazione che ha somiglianze strutturali con l’apprendimento statistico dell’AI. Ma c’è una differenza qualitativa decisiva: gli umani possono tematizzare questa influenza, farne oggetto di critica, trasformarla in materia espressiva consapevole.
Uno scrittore contemporaneo che incorpora algospeak nei propri romanzi non lo sta semplicemente usando per aggirare filtri, ma lo sta usando per dire qualcosa sull’essere nell’era algoritmica, sulla trasformazione del linguaggio sotto pressione computazionale, sulla condizione di doversi esprimere attraverso canali che modificano strutturalmente ciò che può essere detto. Questa capacità di posizionamento critico, di uso ironico del linguaggio plasmato dall’algoritmo contro l’algoritmo stesso, richiede partecipazione a una forma di vita che l’AI non può abitare. La letteratura può incorporare l’algospeak come testimonianza di una condizione storica, può farne materia narrativa, può usarlo per riflettere sulla propria condizione di linguaggio sotto sorveglianza algoritmica. L’AI può solo replicarlo come pattern statisticamente rilevante.
Il paper sulla scrittura AI dimostra convergenza funzionale degli output, e questo è un risultato empirico importante che non va negato o minimizzato. Ma la convergenza funzionale non implica equivalenza ontologica dei processi. Possiamo produrre lo stesso risultato attraverso percorsi radicalmente diversi, e questa differenza nei percorsi non è irrilevante quando si tratta di comprendere la natura della scrittura letteraria. L’AI può replicare mosse linguistiche senza comprendere la pratica, può generare testi stilisticamente indistinguibili senza essere situata nella forma di vita che dà senso a quelle scelte stilistiche. La distinzione non sta più nel «cosa» viene prodotto, ma nel posizionamento esistenziale rispetto a ciò che si produce, nella capacità di fare del linguaggio un atto testimoniale, una presa di posizione, un modo di essere nel mondo.
Questo ha implicazioni importanti per come pensiamo l’intelligenza artificiale e i suoi limiti, specialmente in relazione alla letteratura. La questione non è se l’AI diventerà abbastanza sofisticata da superare il «test di Turing» della scrittura letteraria, producendo testi che nessun esperto può distinguere da quelli umani. Il paper dimostra che questo obiettivo è già stato raggiunto in condizioni controllate, almeno per quanto riguarda l’imitazione stilistica di autori specifici. La questione è se la capacità di produrre output indistinguibili implichi padronanza del linguaggio letterario nel senso pieno del termine, e la risposta wittgensteiniana è negativa. Padroneggiare il linguaggio letterario significa partecipare alle forme di vita in cui quel linguaggio è radicato, non semplicemente generare sequenze statisticamente plausibili di token che rispettano certi pattern stilistici.
Questo non è un limite tecnico che verrà superato con modelli più grandi o algoritmi più sofisticati. È un limite ontologico che deriva dalla natura stessa del linguaggio come pratica incarnata. Finché l’AI non avrà un corpo che invecchia e muore, relazioni sociali che deve negoziare con tutti i loro carichi affettivi, una posizione politica che deve difendere assumendosene la responsabilità, un’esperienza del mondo che la costituisce come soggetto situato storicamente, non potrà padroneggiare i giochi linguistici letterari, ma solo replicarne le mosse superficiali. La differenza tra scrivere letterariamente e generare testi letterariamente plausibili è la differenza tra essere in una forma di vita e simularla statisticamente.
Nell’era algoritmica, quando il linguaggio umano è già profondamente trasformato dai sistemi computazionali, questa distinzione diventa ancora più cruciale. Non si tratta di difendere una purezza del linguaggio umano che non esiste più, né di negare l’effettiva sofisticazione dei sistemi di generazione testuale. Si tratta di riconoscere che la capacità di posizionarsi criticamente rispetto al linguaggio plasmato dall’algoritmo, di usarlo ironicamente, di testimoniare attraverso di esso la propria esperienza di essere situati in forme di vita particolari, rimane costitutivamente umana. La scrittura letteraria, anche quando incorpora algospeak, anche quando è stata formata su tradizioni che a loro volta hanno influenzato i corpora di addestramento dell’AI, rimane un gioco linguistico che richiede partecipazione a forme di vita che le macchine non possono abitare.
L’analisi wittgensteiniana ci permette così di comprendere che il problema non è nella qualità degli output, ma nella natura dell’attività che li produce. Scrivere letteratura è un modo di essere nel mondo attraverso il linguaggio, non un processo di ottimizzazione di funzioni obiettivo. È testimonianza di un’esperienza incarnata, posizionamento in una tradizione, dialogo con i morti e con i vivi, resistenza quando necessario, espressione di una soggettività situata. Tutto questo richiede forme di vita che l’intelligenza artificiale, per quanto sofisticata, non può condividere. La convergenza funzionale degli output ci inganna facendoci credere che ciò che conta sia solo il prodotto finale, ma ciò che rende letterario un testo non è solo la sua conformità a certi pattern stilistici, è il fatto di essere espressione di una pratica umana radicata in forme di vita condivise. E questo, come Wittgenstein ci insegna, non può essere replicato algoritmicamente.
BIBLIOGRAFIA
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Baker, G. P., & Hacker, P. M. S. (2009). Wittgenstein: Rules, Grammar and Necessity. Wiley-Blackwell.
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Chakrabarty, T., & Dhillon, P. S. (2026). Can Good Writing Be Generative? Expert-Level AI Writing Emerges through Fine-Tuning on High-Quality Books. arXiv:2601.18353v1 [cs.CL].
Kripke, S. A. (1982). Wittgenstein on Rules and Private Language. Harvard University Press.
Moyal-Sharrock, D. (2004). Understanding Wittgenstein’s On Certainty. Palgrave Macmillan.
Wittgenstein, L. (2009). Ricerche filosofiche (M. Trinchero, trad.). Einaudi. (Opera originale pubblicata nel 1953)
[1] Chakrabarty, T., & Dhillon, P. S. (2026). Can Good Writing Be Generative? Expert-Level AI Writing Emerges through Fine-Tuning on High-Quality Books. arXiv:2601.18353v1 [cs.CL].
[2] Aleksic, A. (2026). Algospeak: How Social Media Is Transforming the Future of Language. Random House.
[3] Wittgenstein, L. (2009). Ricerche filosofiche (M. Trinchero, trad.). Einaudi. (Opera originale pubblicata nel 1953), §§ 7, 19, 23. S.
[4] Wittgenstein, L. (2009), cit., §§ 198-242.
[5] Wittgenstein, L. (2009), cit., § 327 (parte II, p. 223).








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