casa sulla roccia
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La roccia oltre il salmastro

ridescrivere l’ambiente digitale dell’onlife (come roccia e non come salmastro) per non perdere lo spazio del trascendente

Luciano Floridi, per descrivere la condizione digitale contemporanea, ricorre a un’immagine diventata ormai un luogo comune della riflessione sul digitale, quella delle mangrovie. Le mangrovie vivono in acqua salmastra, dove l’acqua dolce dei fiumi e quella salata del mare si incontrano senza che abbia più senso chiedersi quale prevalga[1]. È un ambiente che nessuna delle due categorie, dolce o salato, riesce a descrivere da sola e proprio per questo diventa la metafora di ciò che Floridi chiama onlife, l’esistenza in cui la distinzione fra online e offline è caduta, non perché uno dei due termini abbia vinto sull’altro, ma perché la domanda stessa ha smesso di avere presa sulla realtà[2].

Per decenni la riflessione sul digitale, compresa quella cristiana, ha ragionato per sottrazione pensando il virtuale come ciò a cui manca qualcosa rispetto al reale, l’online come surrogato di un incontro vero che avviene altrove. Floridi rompe questo schema. Mostra che la domanda su cosa sia reale e cosa sia virtuale, posta nei termini del vecchio dualismo, non descrive più l’esperienza di chi vive oggi. Chi abita l’onlife non sceglie fra due mondi, abita un unico ambiente ibrido, così come le mangrovie non scelgono fra il fiume e il mare.

Nell’acqua salmastra non ha senso chiedersi quale porzione sia dolce e quale salata, nel campione mescolato non resta traccia distinguibile della provenienza. Se applichiamo la stessa logica al rapporto fra il reale e il digitale diventa altrettanto inutile chiedersi se un contenuto digitale corrisponda al reale o ne sia semplicemente il prodotto autoreferenziale, perché il criterio stesso di corrispondenza richiede due poli ancora distinguibili, un referente e una rappresentazione. Se il referente si è dissolto nella miscela, il vero non ha più nulla rispetto a cui misurarsi. È il terreno su cui attecchiscono le letture per cui il segno non rimanda più a nulla fuori di sé e produce da solo l’unica realtà a cui possiamo accedere [3]. Floridi non tira questa conclusione, ma la sua immagine, lasciata lavorare fino in fondo, la rende difficile da escludere.

Se il vero perde il suo referente nella miscela, la stessa sorte tocca a una domanda ancora più radicale, quella su un fondamento che sta oltre l’intera catena reale-digitale. Se nell’ambiente salmastro nulla rimanda più a una provenienza distinguibile, allora nulla, in quell’ambiente, può rimandare oltre se stesso verso un fondamento trascendente. Chiudendo ogni rimando interno il salmastro chiude, per definizione, anche il rimando all’inedito, all’imprevisto, al trascendente[4].

Propongo un’immagine diversa. Non per correggere Floridi su un piano concorrente, ma per mostrare un limite a quello che lui stesso propone: al posto della miscela, la stratificazione. Il suolo su cui camminiamo non si confonde con la roccia che lo sostiene, vi si appoggia. Non potrebbe esistere senza di essa, eppure resta ciò che è, uno strato distinto che la ricopre senza annullarla. La roccia, a sua volta, non resta indifferente al suolo che porta, ne è modificata nel tempo, dall’erosione, dalle radici, dalla materia organica che vi si deposita. È un processo che trasforma, ma senza mai rendere il livello superiore indipendente da quello inferiore.

Trasferita al nostro problema, l’immagine suggerisce una struttura diversa da quella della mangrovia. La roccia, qui, è il sostrato fisico che rende possibile l’esistenza stessa del digitale (i cavi, i server, gli switch, i data center, tutto l’hardware senza cui nessun bit potrebbe mai essere scritto o trasmesso). Potremmo cancellare l’intera realtà digitale senza che la realtà fisica ne risentisse. Non è vero il contrario, nessun dato, nessuna piattaforma, nessuna intelligenza artificiale può sussistere se le si toglie il supporto materiale che la rende operativa.

Il digitale poggia sul reale come il suolo sulla roccia. Lo eccede, lo trasforma, produce fenomeni che nessun singolo elemento del reale sottostante conteneva già in sé, eppure non può mai staccarsene, non fluttua libero, non diventa autoreferenziale nel senso in cui l’acqua salmastra è indifferente alla propria origine. L’intelligenza artificiale, in questo schema, è un ulteriore strato che poggia sul digitale come il digitale poggia sul reale, con la stessa dipendenza asimmetrica, eccede ciò su cui si fonda senza potersene mai rendere ontologicamente indipendente[5].

Se la catena reale-digitale-intelligenza artificiale non si richiude su se stessa, se ogni strato rimanda a ciò che lo sostiene senza mai diventarne autosufficiente, allora resta aperta la domanda su un fondamento che sostiene l’intera catena, l’ultima roccia sotto tutte le rocce. La stratificazione non dimostra l’esistenza di questo fondamento, dimostra che la domanda resta legittima, nessuno strato della catena si chiude su se stesso escludendo per principio ogni rimando ulteriore. È un’apertura di possibilità, non una determinazione di contenuto.

Chi scrive propone di abitare questa apertura con una categoria classica del pensiero tomista, quella della partecipazione causale. Tommaso la usa per spiegare come la creatura riceva l’essere da Dio senza diventarne una parte e senza restarne separata, non è un frammento di Dio staccato, non è nemmeno qualcosa che esiste accanto a Dio per conto proprio, riceve l’essere stesso da lui, in ogni istante, e proprio per questo dipende da lui senza potersene mai rendere indipendente. È lo stesso rapporto che l’immagine geologica mette in scena fra la roccia e il suolo, il suolo non è un pezzo di roccia, ha una consistenza propria, eppure quella consistenza gli viene dalla roccia su cui poggia, al punto che senza la roccia il suolo non ci sarebbe affatto. Applicata alla catena reale-digitale-intelligenza artificiale, la partecipazione causale dà un nome teologico a ciò che la stratificazione aveva già mostrato sul piano descrittivo, ogni strato riceve la propria consistenza da quello che lo sostiene, lo eccede, produce ciò che lo strato inferiore da solo non conteneva, ma resta sempre nella posizione di chi riceve, mai in quella di chi si dà l’essere da sé[6].

Resta ferma la differenza rispetto al salmastro e non è una differenza di raffinatezza descrittiva, è una differenza di struttura. Un ambiente che dissolve ogni rimando interno dissolve con esso anche il rimando più alto. Un ambiente che stratifica senza confondere lascia aperta, insieme al vero, anche la domanda su Dio. Non si tratta di un ritorno a un fuori dal digitale, l’ambiente resta ibrido quanto quello descritto da Floridi. È soltanto una descrizione diversa di quella stessa ibridità, capace di lasciare intatto ciò che una descrizione per fusione, presa sul serio fino in fondo, finirebbe per chiudere.

Vale, per questa struttura, la stessa logica che il Vangelo affida all’immagine della casa fondata sulla roccia, contrapposta a quella costruita sulla sabbia[7]. Anche lì non è la mescolanza indifferenziata a reggere nel tempo, è l’appoggio su un fondamento che resta distinto da ciò che vi si edifica sopra. Nella stratificazione come nella parabola l’immagine è la stessa, un senso della realtà costruito in verticale, non disperso in orizzontale.


[1] Cfr. L. Floridi, Il Verde e il Blu. Idee ingenue per migliorare la politica, Raffaele Cortina, Milano, 2020, cap. 4.

[2] Cfr. L. Floridi, La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo, Raffaele Cortina, Milano, 2017 (ed. orig. The Fourth Revolution: How the Infosphere is Reshaping Human Reality, Oxford University Press, Oxford, 2014).

[3] Il riferimento è alla teoria della simulazione come precessione del simulacro, cfr. J. Baudrillard, Simulacres et simulation, Galilée, Paris, 1981 (trad. it. Simulacri e impostura, SugarCo, Milano, 1987).

[4] Per questa critica, cfr. E. Mattei, Agency Partecipata e Tomismo Digitale. Fondamenti per una teologia sistematica digitale, Phronesis, Roma, 2026, 164-166

[5] Sulla nozione di dipendenza causale asimmetrica applicata all’intelligenza artificiale, cfr. E. Mattei, Agency Partecipata e Tomismo Digitale. Fondamenti per una teologia sistematica digitale, Phronesis, Roma, 2026.

[6] Sulla partecipazione causale in prospettiva tomista, cfr. C. Fabro, Partecipazione e causalità secondo S. Tommaso d’Aquino, Società Editrice Internazionale, Torino, 1960.

[7] Cfr. Mt 7,24-27. L’immagine è qui ripresa nel suo solo significato di contrapposizione fra fondamento stabile e fondamento instabile, senza estenderne la portata al criterio evangelico dell’ascolto e della pratica della parola che nel testo originale la regge.

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