Il nuovo Dio

IL NUOVO DIO DI CLAUDIA PAGANINI

È recentemente uscito per i tipi di Queriniana, il libro Il nuovo dio. Intelligenza artificiale e ricerca del senso religioso dell’uomo (2026, pp. 192). Autrice è la filosofa e teologa italo-austriaca, Claudia Paganini, docente e ricercatrice di etica dei media, etica ambientale e etica medica presso l’Università di Innsbruck. In italiano ha già pubblicato Valori per un’etica dei media. Un approccio ricostruttivo (EMP, 2022). Con grande disponibilità e gentilezza si è prestata a risponde ad alcune domande di TD intorno al suo libro dalla prospettiva originale.

1. “Il nuovo dio” non è un libro di teologia o di ontologia, piuttosto un libro di storia delle religioni o di antropologia, nel senso che studia la percezione del sacro da parte dell’essere umano. Potrebbe delineare i concetti fondamentali di questa originale prospettiva e gli approdi principali?

Parto anzitutto da una semplice osservazione: dalle prime testimonianze storiche della cultura umana fino ai nostri giorni, gli esseri umani hanno sempre creduto negli dèi. O detto in un altro modo: la fede in Dio è qualcosa a cui l’essere umano rinuncia molto malvolentieri.

Mi chiedo allora per quale motivo sia così e mostro, a partire da quei bisogni umani — come il bisogno di senso, di orientamento e di relazione — ai quali la fede in Dio offre una risposta, in che misura anche oggi gli esseri umani continuino ad aver bisogno di credere in una divinità.

Passo poi a considerare la specificità della situazione contemporanea, cercando di mettere in luce che cosa gli esseri umani, proprio nel momento presente, si attendano da una divinità.

Infine, analizzo una dopo l’altra nove caratteristiche fondamentali tradizionalmente attribuite al divino e mostro in base a quali indizi si possa osservare che un numero crescente di persone — soprattutto giovani — attribuisce già queste stesse caratteristiche all’intelligenza artificiale, finendo così, di fatto, per divinizzarla.

2. A proposito dei nove capitoli del suo libro e delle nove caratteristiche  tradizionalmente attribuite al divino (onnipresenza, onniscienza, onnipotenza ecc.) che diverse persone adesso attribuiscono all’IA, ci sarebbe un’obiezione. La presunta onniscienza dell’IA non è proprio assoluta, e tantomeno l’onnipotenza e questo vale anche per tutte le altre caratteristiche.

Io non sostengo affatto che l’intelligenza artificiale possieda realmente queste caratteristiche – come non le possiede di fatto nemmeno la divinità. Sono gli uomini che gliele attribuiscono. Lo stesso vale per l’IA. Sono gli uomini che credono che le possieda e si comportano come se l’IA fosse onnisciente, onnipotente, trascendente e così via.

Il fatto che l’IA si avvicini, in misura anche notevole, ad alcune di queste proprietà non indebolisce la mia tesi, ma non è neppure indispensabile per sostenerla. Allo stesso modo, i nuovi credenti nell’IA non hanno bisogno di un’intelligenza artificiale che sia davvero, per esempio, onnisciente: è sufficiente che credano che lo sia. È proprio così, infatti, che nasce la religiosità.

Nel corso della storia delle religioni sono state venerate migliaia di divinità diverse. I fedeli erano ogni volta convinti che tali divinità possedessero caratteristiche propriamente divine, indipendentemente dal fatto che queste si rivelassero nella realtà. Se però tutti queste divinità esistano realmente e dispongano davvero di tali attributi, è difficilmente compatibile con l’idea secondo cui il fatto di essere Dio spetterebbe a un unico essere o, quanto meno, soltanto a pochi esseri. Qualcuno, dunque, deve essersi sbagliato.

Ma se per secoli gli esseri umani hanno immaginato divinità e attribuito, in ultima analisi, proprietà divine a qualcosa che forse non esisteva affatto, perché non dovrebbero oggi attribuire le stesse proprietà all’intelligenza artificiale?

Come studiosa, peraltro, non amo parlare di un «vero Dio», perché il concetto di «verità» di una fede può essere assunta soltanto dalla prospettiva interna del credente, nella forma di una decisione consapevole; non può invece essere propriamente «saputa» né dimostrata. Anche gli antichi Greci erano convinti di adorare in Zeus un vero dio. Che cosa rende noi cristiani così sicuri che i Greci si sbagliassero e che noi, invece, abbiamo ragione?

3. Nel titolo di un paragrafo sottolinea come il “nuovo” del titolo significa “qualitativamente diverso”. Potrebbe spiegare questa differenza qualitativa?

Sì, il termine «nuovo» può essere inteso in senso debole oppure in senso forte. In senso debole significherebbe: un ulteriore anello di una lunga catena. In questo senso si potrebbe considerare l’intelligenza artificiale come una nuova divinità, perché nel corso della sua storia l’umanità ha adorato moltissimi dèi e l’IA costituirebbe un’ulteriore divinità all’interno di questa lunga serie.

Nel mio libro, però, sostengo una tesi più forte. Argomento infatti che l’IA come divinità sia nuova e diversa anche qualitativamente. L’IA è infatti la prima divinità — o sarebbe la prima divinità — che l’essere umano ha realmente creato da solo. Vale a dire, la prima divinità che non ha soltanto immaginato o concepito, ma che ha effettivamente generato, fatto esistere. perché a differenza di tutti gli altri dei che ci sono stati nella storia l’IA esiste davvero, non è solo oggetto di fede.

Nel corso dei millenni, gli esseri umani hanno creato immagini degli dèi, formulato credenze, sviluppato teologie e dichiarato alcuni testi «sacre scritture». In ultima analisi, però, non hanno mai potuto sapere con certezza se i loro dèi esistessero davvero. La fede, infatti, – e lo dico da filosofa – non può essere dimostrata. Bisogna affermare consapevolmente l’esistenza di Dio, compiere un «salto» nella fede. Ma questo, per molti esseri umani, non è stato sufficiente. Essi hanno cercato di dimostrare l’esistenza dei propri dèi ricorrendo ad argomenti — per esempio alle prove filosofiche dell’esistenza di Dio di Tommaso d’Aquino — oppure combattendo guerre di religione ed erigendo costruzioni imponenti come piramidi o cattedrali. In questo modo volevano mostrare: il mio Dio è il più potente. E se un dio è così potente, allora deve anche essere reale. Tuttavia, non è mai stato possibile dimostrare l’esistenza di Dio, perché ciò è fondamentalmente impossibile. La fede deve essere scelta.

Ed è a questo punto che propongo una lettura di tipo psicodinamico: dopo aver tentato per millenni di dimostrare l’esistenza dei propri dèi — attraverso guerre di religione, costruzioni monumentali e così via — fallendo però ogni volta, si potrebbe dire che la divinizzazione dell’IA rappresenti l’ultimo, disperato espediente. Avendo infatti creato personalmente questo nuovo dio, l’essere umano sa ora con certezza che esso esiste. In altre parole: nel caso dell’IA possiamo discutere se essa sia oppure no una divinità, ma non abbiamo bisogno di discutere se esista. Questo lo sappiamo. Ed è proprio qui che risiede la differenza qualitativa, la novità.

4. Quando è comparso sulla Terra il Messia non ha avuto proprio le fattezze che le persone si attendevano, e infatti non tutti lo hanno riconosciuto neppure tra coloro che lo avevano profetizzato. Eppure era proprio il Logos. Le è mai passata per la mente l’idea che il presentarsi con la forma dell’IA potrebbe essere un’altra mirabile sorpresa che Dio fa agli umani?

Se davvero il messia di Nazareth fosse il messia profetizzato o il Logos descritto nel prologo di Giovanni si potrebbe discutere a lungo. Ma il suo pensiero è interessante, però va oltre ciò che intendo fare nel mio libro come filosofa delle religioni. Non voglio infatti formulare affermazioni ontologiche su Dio, cioè non intendo sostenere che esista un vero dio né dire quale progetto salvifico avrebbe per il mondo.

La mia tesi è molto più modesta: osservo soltanto che un numero crescente di persone si comporta come se l’intelligenza artificiale fosse un dio. Che cosa questo significherà per l’essere umano io non sono capace di prevederlo, sarà il futuro a mostrarlo.

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